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Domenica 30 Luglio 2006 - Libertà

Gianni Azzali, l'uomo jazz

Il piacentino con la musica dei neri d'America nel sangue

Il pomeriggio è afoso, la piazza grande è assolata. Gianni Azzali chiede un bicchiere d'acqua, il caldo lo avvolge, ma ha voglia di raccontare, di narrare una storia bella; ha quarantadue anni e una vita in musica dietro le spalle. Davanti a sé la consapevolezza di aver costruito qualcosa di nuovo e d'importante sotto il profilo culturale, in questa città, Piacenza, a volte ostile, a volte rintanata e chiusa in se stessa. Lui, nativo di Pontedellolio, è riuscito nell'impresa in cui tanti hanno fallito: dare continuità ad un evento musicale, di giorno in giorno, con la forza della passione e con la consapevolezza che Piacenza oggi è una realtà emergente sotto le stelle del jazz, per citare un brano di Paolo Conte, grazie a Gianni Azzali.
"Arquato Jazz" si è concluso da pochi giorni, la manifestazione ha avuto un successo senza precedenti, così come "Piacenza Jazz" nei mesi scorsi, è soddisfatto?
«Sì, sono molto contento. Tutto cominciò per caso qualche anno fa e oggi le iniziative "Piacenza Jazz Fest" e "Arquato Jazz" sono davanti agli occhi di tutti. C'è voluto impegno, ci sono persone che, spinte dalla passione per la musica afroamericana, prestano la loro opera gratuitamente pur di pranzare con questo o quello strumentista, pur di assistere a uno spettacolo di qualità. E poi c'è la consapevolezza che il solco è stato tracciato. Ora bisogna andare avanti. Con impegno, metodo e con dedizione. Pensi, il Comune ci ha anche messo a disposizione una sede, uno spazio, una palazzina all'ex Arbos di via Emilia Parmense. Sono grato all'assessore al Demanio Francesco Cacciatore, ha capito le nostre esigenze, si è reso conto del valore che può avere un punto per organizzare manifestazioni musicali e per dare il via a una scuola di jazz. Fino a poco tempo fa ci aveva ospitati l'Accademia della Musica che intendo ringraziare di vero cuore, ma - senza piaggeria - sono grato alle istituzioni che ci sono state vicine. Senza il loro contributo, a Piacenza il jazz non avrebbe la diffusione e il successo che sta ottenendo. Penso alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, all'Amministrazione Comunale di Piacenza, al Comune di Castellarquato, alla Provincia di Piacenza e ai vari partner privati che hanno contribuito a fare crescere questo progetto».
Com'è nata la sua passione per la musica?
«Devo tutto a mia madre. Mi ha aiutato, ha contribuito perché questa passione istintiva potesse prendere corpo, maturare e crescere. Quando ero bambino mi divertivo a suonare il flauto, questo strumento era una compagnia inseparabile, sicché mamma decise che avrei potuto studiare musica al Conservatorio "Nicolini". Ricordo che avevo dodici anni, all'esame d'ammissione c'era il maestro Tabarelli che suonava nell'orchestra de "La Scala" a Milano, superai la prova, mi piazzai al quinto posto e fui ammesso. Prendeva il via la mia avventura musicale. L'esame d'ammissione non era una cosa semplice, tutt'altro, e la mia passione andò oltre il flauto: ben presto entrai a far parte della banda di Pontedellolio, a tredici anni, nel 1977, suonavo il sax e la passione per la musica leggera cresceva in modo esponenziale. Paradossalmente andavo a scuola di flauto e appena mi era possibile, mi catturava la musica leggera, quella cantautorale per intenderci, da Lucio Dalla a Pino Daniele. Cominciai a suonare nelle orchestre di liscio, da noi la tradizione è notevole e il conservatorio mi sembrava lontano. Decisi di cambiare strumento per non abbandonare gli studi, passai al clarinetto, mi trovai davanti il maestro Giuseppe Parmigiani, una persona cui devo tanto, ma non superai la prova di ammissione. Allora decisi che avrei suonato nelle grandi orchestre che facevano ballare il liscio alla gente, una musica, quella romagnola che prese piede intorno alla metà degli anni Ottanta. A sedici anni suonavo il sax con l'orchestra Angela Ghezzi: il revival, il liscio, gli anni Sessanta, il twist e i lenti per intenderci. C'era spazio per qualche mio assolo e pensavo di essere un bravo strumentista, l'ultima esperienza da orchestrale, ebbi modo di farla con Ringo, nel 1996. Sono stati anni importanti, tra palco e realtà, in cui ho imparato ad esibirmi in pubblico, a capire l'organizzazione necessaria per far fronte a uno spettacolo musicale seppure di piccole proporzioni, il fascino delle sale da ballo, le balere all'aperto, le feste popolari e l'importanza di allestire uno spettacolo in poco tempo, con mestiere e tanto pragmatismo. Mi sono fatto le ossa sul campo e ho messo poi a frutto la mia esperienza anche attraverso il ballo liscio, che in Emilia vanta una tradizione davvero notevole».
E il jazz come s'inserì nella sua vita?
«Ricordo che eravamo negli anni Ottanta, su Rai Tre andava in onda una trasmissione dedicata al jazz, ascoltai Bill Evans e Ornette Coleman. Pensai che non era musica per le orecchie. Tornai alla leggera, raccontai l'episodio al maestro Parmigiani che mi consigliò la musica di un grande interprete bolognese, Henghel Gualdi e i classici Duke Ellingoton e Benny Goodman. Incappai in un film scritto e diretto da Pupi Avati per la televisione, "Kriminal Jazz Band", con Gianni Cavina e Carlo Delle Piane e fu subito jazz. Ricordo che ci ritrovavamo all'Osteria di sacc in via Taverna, era musica da cantine, ma si esibivano fior di musicisti quali Emilio Zilioli, Loris Egeste e Piero Bassini. Io suonavo il sax nella Big Band, una formazione messa a punto dal maestro Parmigiani che annoverava alcuni nomi di primo piano, quali Ivano Fortunati e Davide Ghidoni alla tromba, Sergio Piva al sax ed Emilio Zilioli che si alternava con Alberto Scrocchi alla batteria. Piacenza scopriva una propria anima jazz un po' underground, quasi sommersa, ma nobilitata da interpreti di grande livello. Suonammo tra il 1981 e il 1985, ognuno poi andò per la propria strada, la Big Band si è ricomposta nel 1995, ancora una volta grazie alla grande intraprendenza del maestro Parmigiani».
Poi venne la stagione dello Studio Audiar...
«L'Audiar nacque nel 1983 come semplice studio di registrazione a livello amatoriale a Vigolzone. I fondatori furono, oltre al sottoscritto, Giancarlo Rossi, Antonio Bacciocchi e Schivo Charly. Nel 1987 ci trasferimmo in città, in via Sopramuro ed oltre ad uno studio di registrazione l'Audiar diventò editrice musicale a livello professionale, con noi c'era anche Maurizio Sesenna. In confronto alle otto piste del primo studio, il nuovo, al passo con i tempi, era molto più evoluto e può far conto sulle più moderne tecnologie. Col tempo, l'Audiar è diventata una casa discografica suddivisa in tre etichette ognuna delle quali si occupa di un settore musicale diverso, la Face Records, l'Audiar e la Millennio. Tra il 1983 e i primi anni Novanta lo Studio Audiar ha avuto un ruolo determinante nella musica piacentina, per una stagione ho poi ricoperto la carica di presidente del Circolo Beethoven, affiliato all'Arci, ma la passione per la musica era, in quegli anni, come oggi del resto, più grande di qualsiasi altra cosa. Nel 1995 vinsi una borsa di studio a Umbria Jazz, mi ritrovai a Boston e a New York, le culle della musica che amo, grazie a musicisti del valore di George Garzone e Hal Crock, frequentai l'università di Berklee di musica, l'istituzione di primo ministro nel mondo per lo studio su jazz e su musica contemporanea. Frequentano l'università 3.800 allievi. Dal '96 faccio parte del quartetto omonimo con Erminio Cella al pianoforte, Mariano Nocito al contrabbasso e Luca Mezzadri alla batteria; con questa formazione ho suonato nei più disparati jazz club d'Italia e ho partecipato ad alcune rassegne; è uscito il nostro primo compact disc Ritratto di Oca, prodotto dalla Panastudio Production di Palermo».
Veniamo all'organizzazione di eventi, lei ha inventato dal la manifestazione Piacenza Jazz Fest.
«Tutto nacque nell'estate del 2003. Stavo partendo per Parigi, dove avrei preso parte a una rassegna jazz, quando sul telefonino mi arrivò un sms da parte di un caro amico, Roberto Baggi che m'invitava a fare qualcosa di impegnativo per la città di Piacenza sul fronte della musica jazz. Rimasi sorpreso e mi ripromisi che ci avrei pensato al mio ritorno. Così è stato. E cominciai a lavorare per dare il via alla prima edizione del Piacenza Jazz Fest, nel 2004. Furono giorni frenetici, con i continui piccoli o grandi problemi da risolvere all'istante, il piacere di condividere un'esperienza di quel livello, la passione di tutti gli iscritti, il desiderio di cominciare ad organizzare una nuova, entusiasmante iniziativa. Di anno in anno siamo cresciuti. Il bilancio di quest'anno è andato oltre ogni previsione. Il Piacenza Jazz Fest è in netta crescita sotto ogni punto di vista; spettatori, attenzione della critica, attese per il futuro. Quando ho avuto la certezza di avere fatto centro? Nel novembre del 2004, al Municipale, gremito in ogni ordine di posti si è esibito Waine Shorter. E' fatta, mi sono detto. E poi è arrivato Arquato Jazz. Il resto è storia d'oggi. Con tanto entusiasmo e la consapevolezza che Piacenza, per quanto attiene il jazz, rappresenta una realtà di primo piano, qualcosa d'importante destinato a crescere nel tempo. E di tutto questo sono molto orgoglioso. Una curiosità, organizzai il mio primo evento al "Vittorio Emanuele", ero obiettore di coscienza presso la Caritas Diocesana. Una domenica pomeriggio, decisi di portare nella struttura Carla Boni e Gino Latilla. Fu un successo».

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