Mercoledì 26 Luglio 2006 - Libertà
Parla il regista del gruppo Infidi Lumi, da venerdì a domenica al Cavaliere Azzurro
«Il mio Chisciotte itinerante»
Tomassini: ripartirò dal sogno già distrutto
PIACENZA - Un pubblico errante, sulle orme di Don Chisciotte. Un'esperienza di viaggio che non è solo spostamento da un luogo all'altro, ma è esperienza esistenziale di incontro con l'Altro. La propone il regista di Infidi Lumi Stefano Tomassini in Don Chisciotte e lo spettacolo del mondo, l'evento che andrà in scena venerdì, sabato e domenica sera nell'ambito della rassegna teatrale Il Cavaliere Azzurro, sostenuta dall'assessorato alla cultura del Comune, dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, dalla Provincia e, per questo appuntamento, anche dalla Regione. L'evento sarà itinerante (con partenza dal cortile di palazzo Farnese; due repliche a sera alle 20 e alle 22.30 per 30 spettatori alla volta). Guglielmo Menconi e Domenico Sannino saranno nelle due parti principali. Accanto a loro un folto gruppo di attori: Tiziano Ferrari, Nicola Spotorno, Filippo Tansini, Claudia Minuta, Leonardo Lidi, Romina Rubbino, Alessandro Tramelli, Mattia Traversi, Andrea Pelizzeni, Roberto e Giuseppe Armani.
Il loro viaggio e quello del pubblico, diventerà un'esperienza inedita di lettura del mondo.
Tomassini, è appena stato celebrato il quadricentenario della pubblicazione del «Don Chisciotte della Mancia» di Cervantes. L'incontro con questo romanzo è nato dalla ricorrenza, o c'è qualcosa di più?
«Sono arrivato a questo testo perché fa parte di una tradizione che include autori distribuiti su più secoli: dal Guazzo e dalla sua Civil conversazione, al Montaigne dei Saggi, da Goethe fino al teatro di Goldoni (di cui l'anno prossimo ricorrono i 300 anni dalla nascita, ndr). Si tratta del paradigma della conversazione come emblema della civiltà umanistica europea, in opposizione all'uso della guerra per risolvere i conflitti. Il modo più civile per incontrare le ragioni dell'altro. Anche il Chisciotte appartiene a questo filone: è un'infinita storia di avventure per dialogo tra due personaggi; e la sopravvivenza dell'immaginario fondamentale attraverso i libri».
Proprio dall'immagine della libreria partirà la performance.
«Il punto di partenza del viaggio è in realtà l'esito dell'erranza, quando il sogno è già stato distrutto. Abbiamo usato una suggestione di Kafka, che in un aforisma parla di Chisciotte come del demone di Sancho».
Dopo il Farnese ci si sposterà lungo il Po. Lo spazio per voi non è un elemento indifferente.
«Abbiamo scelto il cuore dell'identità del nostro essere piacentini, il Farnese e poi uno spazio non teatrale di archeologia industriale all'ombra del Po. Una bellissima location, che non è semplicemente uno sfondo da cartolina per uno spettacolo. Quel luogo lo abbiamo abitato. E' stato lui a realizzare un certo tipo di scrittura scenica per la nostra drammaturgia di romanzo. Lo spazio stesso si è fatto produttore, creatore».
Perché il sottotitolo "lo spettacolo del mondo"?
«Nel Chisciotte l'elemento più drammatico è il fatto che gli viene murata la biblioteca e che i libri vengano bruciati. Questa autodafè dei libri è l'emblema della nostra storia, che ha contato su un'ideologia tremenda, quella nazista, legata per la prima volta ad un'organizzazione simile a quella che si ritrova nella società dello spettacolo, nei rapporti di lavoro, nell'azienda contemporanea. Nel nostro spettacolo, tutto quello che Chisciotte subisce alla fine si scoprirà come rappresentazione. E sul disincanto della rappresentazione, lo spettacolo si interrompe. Ci piacerebbe riprenderlo l'anno prossimo con il viaggio conclusivo Don Chisciotte e il deserto».
Per il lavoro di drammaturgia avete fatto una grande ricerca sulle diverse traduzioni di questo romanzo, arrivando ad un esito polifonico. Perché questa scelta?
«Facciamo parlare don Chisciotte (Menconi) con il linguaggio della prima traduzione italiana; mentre Sancho (Sannino) usa una versione ottocentesca in napoletano. Volevo creare un contrasto anche linguistico tra i due: per Chisciotte la lingua dell'immaginario, per Sancho la lingua originaria, la lingua dell'altro. In modo che nella sua erranza Chisciotte andasse verso l'Altro».
Donata Meneghelli