Giovedì 15 Giugno 2006 - Libertà
Il presidente della Fondazione sentito in commissione.
Al via un comitato di coordinamento tra tutti gli utilizzatori del Municipale
Teatro, Roi promette: la Toscanini sarà più presente in città
Ha toccato le leve giuste, Maurizio Roi, ieri in commissione consiliare cultura: la promessa di massimo rispetto nei confronti delle istituzioni locali, grande attenzione alle loro istanze; un accento enfatico all'importanza che per una città riveste il suo teatro, al ruolo di alimentatore dell'identità che può esercitare, specie se glorioso e di tradizione come il Municipale; e poi una dose di sana autocritica nel riconoscere che negli anni scorsi l'istituto musicale che presiede, la Fondazione Toscanini, in qualcosa sicuramente ha peccato, in un deficit di «presenza operativa in città», perché «il teatro è una specie di cattedrale laica, se ne deve respirare la presenza».
Sono questi gli ingredienti che hanno consentito a Roi di uscire bene, con unanimi manifestazioni di apprezzamento, da un consesso che in passato non ha risparmiato aspre critiche ai suoi predecessori. Chiedere per informazioni a Gianni Baratta, l'ex Sovrintendente della Toscanini, che sei mesi fa ha dovuto cedere il passo a seguito del "ribaltone" che ha portato al rinnovo del consiglio di amministrazione e all'insediamento di Roi alla presidenza. Un rinnovo che ha segnato una svolta profonda per la Fondazione con sede a Parma e azionariato a larga predominanza pubblica, fatto di un lungo elenco di enti locali dell'Emilia Romagna a cominciare dalla Regione e dal Comune e dalla Provincia di Parma.
Elenco in cui c'è anche Piacenza, che con la Toscanini ha stretto un legame forte dal 2003, affidandole la gestione delle stagioni musicali - lirica, concertistica, balletto - del teatro Municipale, appalto che in questi mesi l'amministrazione di palazzo Mercanti per altri tre anni le ha rinnovato tramite bando di gara, nonostante più d'uno, anche tra le sue file, abbia avuto da ridire sui risultati artistici prodotti sin qui. Critiche riecheggiate anche ieri in commissione e ad opera soprattutto dell'opposizione che, del resto, aveva richiesto l'audizione di Roi. Emilio Gorgni (gruppo misto) ha parlato di «programmazione non all'altezza delle promesse», ma soprattutto ha richiamato i campanelli d'allarme risuonati alla Fondazione in questi ultimi tempi: non è stata certo una perdita da poco la fuoriuscita dall'orchestra filarmonica Toscanini di un corposo nucleo di musicisti che, portandosi dietro un signor direttore come Lorin Maazel oltreché lo stesso Baratta che della Filarmonica era nel frattempo divenuto il manager, hanno dato vita a un nuovo ensemble musicale di grandi ambizioni.
Ma su ogni punto, anche il più spinoso, Roi ha dato risposte. Il cambio del cda - con l'ingresso di esponenti, come lui, dalle competenze «più tecnico-gestionali che non artistiche» -si spiega alla luce di un quadro di riferimento per le attività dello spettacolo che è profondamente mutato: mancano le risorse, pubbliche e anche private, si viaggia su tagli del fondo dello spettacolo è del 27%, gli enti lirici sono in crisi. Si impongono scelte di rottura, un rigoroso rispetto dei conti: alla Toscanini, che è la più grande istituzione concertistico-orchestrale d'Italia e dove non si vuole arretrare dagli alti standard di qualità raggiunti, la strada intrapresa è quella delle «relazioni di rete tra le strutture di spettacolo che operano in Regione» e a questa logica risponde la nomina di uno come Roi, che già è presidente dell'Ater, l'associazione di tutte le strutture di spettacolo dell'Emilia Romagna. Mentre l'ingresso in cda di persone di diretta emanazione degli enti locali e la soppressione di figure quale il Sovrintendente significa che si vuole «riportare al centro delle decisioni i soci della Fondazione».
Oggi per la Toscanini la prospettiva non è più di diventare un ente lirico, ma di sopravvivere al meglio in un contesto finanziario molto «complicato». E se la nuova strategia non è piaciuta a quelli della Filarmonica impauritisi di fronte ai piani di ridimensionamento dell'attività, «non è un problema», dice Roi, sempre che con la loro nuova orchestra «non utilizzino il nome Toscanini che è un nostro marchio». La Fondazione non si potrà più permettere due orchestre, ma «un nucleo stabile intrecciato con degli innesti»; l'attività sinfonica sarà comunque «ampliata», mentre per la lirica e la produzione operistica la strada sono le collaborazioni con altri teatri o strutture altrimenti «i costi ci soffocheranno».
Questa la ricetta per evitare passi indietro che qui non ci possiamo permettere, perché «l'Emilia Romagna è una terra in cui l'opera è spettacolo popolare, la gente vuole che resti così». Il presidente pensa a «una specie di teatro regionale dell'opera lirica in cui ciascuno fa autonomamente ciò che vuole, ma coordinandosi con gli altri, sinergicamente e senza sovrapposizioni di date». Per la futura gestione del Municipale si è già assicurato, annota, le collaborazioni dell'ente lirico di Bologna e del Ravenna Festival. E se la passata attività della Toscanini va difesa («Non credo che sia criticabile né dal punto di vista artistico né del coinvolgimento delle realtà locali»), è anche vero che si può migliorare dove si è difettato: «Abbiamo chiesto di avere un ufficio dentro il teatro che sia a vostra disposizione», ha detto ai commissari; e già in azione è «un coordinamento» tra la Toscanini, il Comune, il Teatro Gioco Vita, e l'orchestra Cherubini, ossia tutti gli inquilini del Municipale perché «in un condominio si funziona solo se ci si ascolta da buoni vicini di casa».
A breve la fondazione alzerà il velo sulle programmazioni. La linea è un sapiente mix tra vecchio e nuovo, «un occhio alla tradizione, ma anche qualcosa di più moderno mescolando artisti affermati con nuovi talenti emergenti».
E anche i più scettici, sono usciti dalla commisisone sorridenti. In attesa, s'intende, dei banchi di prova.
Gustavo Roccella