Lunedì 22 Maggio 2006 - Libertà
Il "cuntastorie" stasera a Chiaravalle con "Rembò","regalo" della stagione di prosa di Fiorenzuola
«Vi racconto il mio poeta del gol»
Enìa: »L'epos? Una volta era la guerra, oggi è il calcio»
FIORENZUOLA - Davide Enìa stasera alle 21, a Chiaravalle di Alseno, racconterà da incredibile cuntastorie, la parabola di Rembò, un poeta del calcio, un asso del gol palermitano che apparve tra gli anni '60 e i '70, si impresse nella memoria di molti, e abbandonò i campi da calcio, improvvisamente. E così come era comparso, sparì.
Dopo aver fatto rivivere Rembò alla radio, e nell'omonimo libro pubblicato dalla Fandango, Davide Enìa stasera lo racconterà nella corte del Palazzo della Commenda di Chiaravalle. L'appuntamento (a ingresso libero) è una coda a sorpresa della stagione di prosa del Teatro di Fiorenzuola curata da Paola Pedrazzini. Va in scena col sostegno degli assessorati alla cultura comunale e provinciale, i Comuni di Fiorenzuola, Carpaneto e Alseno, la Fondazione di Piacenza e Vigevano.
Enìa, il golden boy della "primavera siciliana" sta conquistando i teatri d'Europa con gli spettacoli Maggio '43 (sul bombardamento di Palermo), Italia-Brasile 3 a 2 (sulla famosa partita dei Mondiali di calcio).
Come ricordi «Italia-Brasile» a Fiorenzuola due anni fa, con Paolo Rossi ad applaudirti?
«Irripetibile. Avere davanti colui il quale materialmente - al di là del ricordo e dell'epicizzazione del racconto - quei tre gol ha segnato, è stato un onore grandissimo».
Al tempo dei greci la materia dell'epos erano le imprese belliche. Oggi è il calcio?
«Ogni tempo ha i racconti che si merita, e un tempo ci si combatteva per motivi più o meno nobili, adesso che la guerra è talmente estesa, ecco che si racconta il calcio, con tutta la nobilità e la miseria di cui è capace».
E di miseria in questi giorni ne è venuta fuori tanta.
«E' da una vita che si sanno i problemi della Juve. Ogni cosa ha le sue ombre. Ma questo non impedisce a me di raccontare, di quando - nel caso di Italia-Brasile - avevo 8 anni e ho vinto il mondiale di calcio, quando ho imparato che un tiro non è solo un tiro verso una porta, ma c'è un mondo che palpita dietro».
Quando Rembò spariva, nel '74, tu nascevi. Com'è che incontri questa storia?
«Le storie non si incontrano, si scelgono. Certo, non mi interesserebbe fare uno spettacolo fuori dal mio immaginario mitico e simbolico. Di una storia si intuisce un potenziale narrativo, poi c'è un'architettura di costruzione della trama, geometrie interne, ritmi, scelta di vocaboli. La cattedrale non la costruisci nel pensiero, ma portando pietre, impastando acqua e calce».
Con «Rembò» hai impastato una drammaturgia lunga sette ore, ripartita in 15 puntate radiofoniche (Radio2). Questo privilegiare la radio ti accomuna ad Ascanio Celestini. Ormai viaggiate agilmente tra teatro, libri, tv, radio, dvd.
«E' normale: sono i mezzi di questo tempo. Il paradosso è che il nostro è un paese di vecchi: il presidente ha 81 anni, il ministro più giovane 44. E allora ecco che la novità siamo io e Ascanio. La novità di fronte a questa gerontocrazia che sta distruggendo due intere generazioni, la mia e la seguente».
Rispetto alle figure dei "vecchi" nei tuoi spettacoli si assiste però ad un ascolto. In «Rembò» zio Serafino è il Virgilio.
«Non è l'età a cambiare le cose. Prendi i bambini: fanno racconti sorprendenti e funambolici. Uno può avere qualcosa da dire a qualsiasi età. Se uno ha un'esperienza vissuta è giusto che dia consigli. I miei zii e i miei nonni mi hanno detto cose, ma hanno avuto la forza di levarsi dai piedi».
Si parla di una «primavera siciliana» nel teatro, portata avanti dalla tua generazione, dai trentenni. Penso a te, a Emma Dante, a Fausto Russo Alesi.
«E poi ci sono Gigi Lo Cascio, Vincenzo Pirrotta, Spiro Scimone. Sono talenti individuali, ma affratellati da un immaginario simbolico comune. Abbiamo respirato qualcosa a Palermo. E' successo qualcosa, negli anni '80 quando i corleonesi ammazzavano, e negli anni '90 quando sono finiti ammazzati Falcone e Borsellino. Siamo venuti fuori da un presente di macerie e di rovine. Abbiamo agito per la più spicciola sopravvivenza. O ti inventavi qualcosa, o non mangiavi. Inizialmente la poetica dei nostri spettacoli aveva bisogno unicamente dei nostri corpi, come carne da macello abituata ad essere bastonata. Si è fatto teatro con niente. Adesso si va avanti. Abbiamo dato la visione di poter aprire la porta, prendendola a sassate, o pigliando la chiave. Comunque la porta si è aperta. Grazie a Dio».
Donata Meneghelli