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Venerdì 31 Marzo 2006 - Libertà

Al Nicolini il musicologo si è soffermato sul "dissoluto redento"

E Mangani ripercorre il mito di Don Giovanni

PIACENZA - Don Giovanni, genesi e parabola esistenziale di un mito gloriosamente scampato a quattro secoli di storia, conservando intatto quel sottile, inquietante fascino che ne ha determinato l'immensa popolarità nelle generazioni di ieri e di oggi.
Dagli esordi teatrali in piena epoca controriformista (nell'anonima Rappresentazione del dramma del Conte Leonzio del 1615), all'evoluzione psicologica e comportamentale in senso etico e religioso conosciuta dal "redivivo libertino" attraverso i vari cambiamenti epocali, non da ultimo il tormentato ed introspettivo Novecento, la titanica conferenza tenuta al Nicolini dal musicologo Marco Mangani, secondo appuntamento della rassegna Il demonico in musica, realizzata in collaborazione con il Goethe Institut (con il sostegno di Fondazione di Piacenza e Vigevano), ha analizzato le poliedriche valenze di questo fiero e ribelle "eroe al negativo" concentrandosi in particolare sull'omonima opera di Mozart-Da Ponte, alla base dell'attuale lettura del mito.
Se, infatti, la primigenia apparizione del personaggio, avvenuta nel clima rigoroso ed oscurantista della Controriforma, rispondeva al programmatico obiettivo perseguito dalla Chiesa Cattolica, di condanna e stigmatizzazione dell'empio, dell'ateo, dell'uomo senza Dio, è solo con la dissacrante, ironica, per molti aspetti amorale versione mozartiana che nasce la contemporanea figura dell'inguaribile seduttore cui, ancora oggi, fa riferimento il familiare appellativo di dongiovanni.
L'interesse centrale dell'intervento di Mangani sta quindi nell'aver rintracciato nel Don Giovanni di Mozart i macroscopici indizi di una illuminata ed illuminante visione della società, non priva di sibilline influenze massoniche. A tal proposito la scena clou si rivela il festino imbandito da Don Giovanni nel scellerato proposito di concupire la bella popolana Zerlina, prossima alle nozze (Atto I); già da questo breve preambolo emerge quanto la natura erotica di Don Giovanni sia aliena da pregiudizi di classe (ma anche di razza, fede e nazionalità, come si evince scorrendo lo spassoso "catalogo" delle sue conquiste snocciolato dal fedele servitore Leporello all'affranta donna Elvira nel I Atto dell'opera). Ma c'è di più: l'estensione dell'invito a tutte le fasce sociali, nobili, servi e contadini, («È aperto a tutti quanti / Viva la libertà» proclama ad un certo punto il generoso anfitrione) denota, secondo Mangani, il preciso intento del compositore di celare ed alludere, per mezzo della finzione scenica, al concetto illuminista e massonico di "sociabilità parallela" ovvero la creazione di nuove strutture relazionali, non più legate a parametri di stampo nobiliare ed economico, auspicata da intellettuali e filosofi del '700.
"Il dissoluto redento" del titolo della conferenza vuole dunque riscattare il personaggio proprio in ragione di questa sua lungimirante e rivoluzionaria carica di modernità, che, tuttavia, segna anche la fine di un'epoca, quella dei Lumi, e il definitivo tracollo dell'utopia di un consorzio umano cosmopolita e universale fondato sugli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza: per tutto l'Ottocento, infatti, Don Giovanni intonerà «Viva la società».

a. greg.

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