Venerdì 17 Marzo 2006 - Libertà
Municipale - Ovazioni per l'ensemble emiliano in concerto per stagione curata dalla Toscanini
Trio di Parma, sublimi armonie
Da Haydn a Schumann e un intenso Beethoven
PIACENZA - Musica da camera è un'espressione che definisce qualsiasi tipo di musica o di composizione, ad eccezione di quelle per organo, destinato a un complesso limitato di esecutori. L'altra sera al Teatro Municipale, per la stagione curata dalla Fondazione Toscanini, il Trio di Parma, uno tra i gruppi da camera più apprezzati in Italia e all'estero, ha descritto una sorta di percorso del "trio con pianoforte", riscuotendo calorosi applausi e ovazioni da parte di un pubblico (purtroppo) di nicchia, che annoverava alcune figure di spicco del panorama musicale piacentino e italiano: il musicologo Francesco Bussi, il direttore artistico della Filarmonica della Scala Ernesto Schiavi e alcuni strumentisti dell'orchestra giovanile "Luigi Cherubini".
Il violinista Ivan Rabaglia, il violoncellista Enrico Bronzi e il pianista Alberto Miodini hanno aperto il concerto con il Trio in mi bemolle maggiore Hob.XV:29 di Franz Joseph Haydn, con grazia e meticolosità, sottolineando i passaggi malinconici del Poco allegretto iniziale. Stupefacenti la purezza sonora e la limpidezza del pianoforte. L'Andantino et innocentemente, introdotto da Miodini, risplendeva nell'esecuzione del tema principale mentre le sonorità si sono fatte più argute nel Finale nello stile tedesco, Presto assai.
Appassionante, Schumann. Fin dal primo tempo del Trio in sol minore op. 110, i tre strumentisti si sono mossi in perfetta sintonia nei meandri delle armonie e delle dinamiche tipiche dell'intensa produzione cameristica del compositore tedesco. Il violoncello di Bronzi talvolta si è trasformato in un pianto. O un moto del cuore. Gli archi eccellevano anche nei pizzicati.
Il secondo Tempo, molto espressivo, è terminato in un sussurro. Il "Rasch", trascinante, ha anticipato il Vigoroso con umore, interpretato con maestria ed equilibrio tra le parti, nonostante il virtuosismo presente, in particolare, nella partitura violinistica.
Più tardi è giunta l'ora di Beethoven, quando il Trio di Parma ha eseguito il celeberrimo "L'arciduca", un'opera che apparteneva profondamente alle sue «corde».
Il Trio in si bemolle maggiore op. 97 si distingue, nella produzione cameristica beethoveniana, per la monumentalità dell'impianto, la complessità dell'elaborazione e l'impressionante ricchezza dell'ispirazione. E' conosciuto come Trio dell'Arciduca perché Beethoven lo dedicò all'arciduca Rodolfo d'Asburgo (suo allievo e amicizia fondamentale nella sua vita, a cui furono dedicati altri lavori).
L'ensemble emiliano ha saputo esaltare questa partitura, che offre ai tre strumenti una scrittura ardita e potente, intensamente espressiva, mutevole e di ragguardevole densità sinfonica.
I quattro movimenti sono piuttosto estesi: un Allegro moderato d'impronta sontuosa e nobile, in cui Miodini al pianoforte ha dato prova di grande agilità ed espressione, senza mai scavalcare gli altri, cui è seguito uno Scherzo - Allegro di struttura ingegnosa, quindi un Andante cantabile in forma di tema con variazioni in cui tutti gli strumenti hanno «cantato» con struggimento, che costituiva il culmine della ricerca intellettuale. Ha concluso un Allegro moderato, poi mutato in Presto, che ha strappato al pubblico lunghe ovazioni al Trio di Parma.
Un ulteriore momento di grandissimo pathos è stato il bis: l'Andante con moto dal Trio op. 100 di Franz Schubert, in cui le «voci» hanno magnificato la partitura. Delle tre luminose «stelle» della musica da camera, su tutte ha brillato il violoncellista Bronzi, un musicista dalle sublimi capacità, davvero raro nel panorama mondiale.
Il successo del Trio di Parma, in un certo senso, era atteso dagli spettatori: lo scorso anno, l'ensemble aveva chiuso in bellezza la tredicesima stagione della Società dei Concerti di Piacenza.
Eleonora Bagarotti