Mercoledì 15 Marzo 2006 - Libertà
«Una sorta di modello della città»
I progettisti Zilli e Spigaroli spiegano recupero e restauro
Negli anni in cui il teatro rimase chiuso qualcuno scrisse, sulla porta di ingresso al loggione, "Maledizione a questo teatro che non recita". Ora il teatro tutto intero torna a vivere.
A seguirne passo passo la rinascita i due progettisti e direttori lavori del recupero funzionale e del restauro scientifico, l'ingegner Giovanni Zilli e l'architetto Marcello Spigaroli, coi quali abbiamo parlato del teatro e del suo rapporto con la città. «L'edificio teatro è una sorta di modello della città: pensiamo ai palchi, che richiamano i ballatoi, o la platea (in origine senza sedili) che è come una piazza, o al palco ducale, richiamo ai padiglioni d'onore dei signori, e infine al loggione che ricorda l'altana da cui si affacciavano i popolani». Per parecchio tempo nel teatro di Fiorenzuola rimasero solo i palchi, distribuiti in tre ordini. Il loggione arriverà solo nel '900. Quando si farà sentire l'esigenza di posti per i ceti meno abbienti.
«È vero. La rappresentazione, ricordiamolo, non è solo sul palcoscenico, ma anche in sala. Da qui anche l'insistenza per la sua decorazione. Il teatro è il luogo dove la borghesia si mette in mostra, segna la sua posizione sociale marcare le differenze di ceto, impedirono ad esempio si realizzasse il progetto dell'architetto Nicelli che avrebbe ridimensionato il palco ducale e altri palchi vicini per creare una piccola galleria. Si preferì l'opzione del loggione. Non dimentichiamo che i loggionisti - che il regista Marcel Carné chiamò "Les enfants du Paradis" - entravano da un ingresso separato, che si conserva tutt'oggi».
Perrau che lo progettò, definì quello di Fiorenzuola, "piccolo teatro". È una definizione che possiamo ritenere valida?
«Questo teatro è più piccolo del Regio di Parma e del Municipale di Piacenza, ma simile al Magnani di Fidenza ad esempio. È un teatro minore, ma di medie dimensioni tra quelli dell'Emilia Romagna, terra di teatri per antonomasia. È ricco di spazi di servizio, dai camerini, alle sale prova per la scuola di musica, dal ridotto all'ampio apparato d'ingresso. In questo la struttura del teatro di Fiorenzuola riflette anche la polifunzionalità che lo ha caratterizzato negli anni. Fin dalle origini sono stati associati una scuola e, sotto il porticato, il mercato dei grani. Pensiamo anche al Ridotto: era una sorta di club in cui i palchettisti si ritrovavano per conversare e magari dedicarsi a giochi di società. Nell'intervento del 1911 venne ristrutturato perché doveva servire per altri usi (aule didattiche). Fu demolita la volta e diviso in due ambienti. Noi abbiamo rimosso il muro e restituito il Ridotto alle sue dimensioni originarie già nel 2000».
Come rispondereste a chi ponesse delle perplessità sulla legittimità di questo investimento economico?
«Il restauro e il recupero è stato condotto con la massima attenzione, amministrando i fondi (comunali ma anche della Fondazione e della Regione, ndr) con estrema parsimonia. Si è provveduto al consolidamento e alla messa in sicurezza, all'adeguamento impiantistico (impianti rifatti, e alcuni come il sistema di raffrescamento o l'ascensore, introdotti ex novo), al rifacimento di tutto l'impianto scenotecnico, ai restauri di tutte le superfici dipinte, degli stucchi, degli arredi, delle suppellettili. Perché investire? Perché è il teatro rappresenta una delle funzioni urbane fondamentali. Diceva qualcuno, i tre edifici che non possono mancare in una città sono la chiesa, il palazzo comunale e il teatro. Quando questo trinomio è presente, allora la città è città».
Do. Me.