Giovedì 9 Marzo 2006 - Libertà
Cinema e letteratura - L'incontro al Filo
Berardinelli: Gattopardo elegia malinconica
PIACENZA - «Una malinconica elegia scritta»: è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il classico della letteratura da cui Luchino Visconti nel 1963 trasse uno dei suoi capolavori e che è stato al centro della conferenza del critico Alfonso Berardinelli, nel penultimo appuntamento del ciclo Cinema e letteratura.
Martedì sera al Teatro dei Filodrammatici, la serie di incontri curata da Letizia Bellocchio è tornata ad approfondire le fonti di ispirazione del regista Luchino Visconti, protagonista della rassegna, nel centenario della morte. Il critico Berardinelli si è soffermato soprattutto sull'opera letteraria. Un romanzo storico da lui ritenuto «perfetto e tardivo», ultimo rappresentante di un genere considerato morto ai tempi della sua pubblicazione, a metà Novecento. Berardinelli ha ricordato come nel 1946, a seguito del risultato del referendum a favore della Repubblica, la nobiltà morisse inutilmente per la seconda volta. La prima era avvenuta con l'arrivo dei garibaldini in Sicilia: l'unità d'Italia segnò infatti la fine della nobiltà, in senso etico ed estetico. Autore e personaggio (il principe di Salina, «incarnazione del Gattopardo, anima tonale e strutturale del libro») si rispecchiano uno nell'altro a un secolo di distanza. «E' come se il personaggio avesse demandato all'autore la memoria della sua vita e i loro punti di vista sono spesso indistinguibili. Il mondo dell'uno si proietta in quello dell'altro».
E' il principe don Fabrizio a incarnare «il principio fondamentale e fondante del libro», che descrive il conflitto tra «lunga durata e rapidi mutamenti». Berardinelli ha rilevato come l'atteggiamento del principe non sia «di vivere il mutamento, ma sopravvivere al mutamento», rifiutando di seguire - come invece Tancredi - le logiche del «trasformismo, anima della conservazione». Su don Fabrizio, e ciò che lui rappresenta, incombe piuttosto il senso della fine di un'aristocrazia «ammalata di antistoria, di ritualità e di formalismo».
Emblematica la scena del ballo, nel terz'ultimo capitolo del libro. «E' l'ultimo momento vitale e sociale del principe, che già in quell'occasione avverte premonizioni (invero presenti in tutto il libro) della fine. Infatti nel capitolo successivo, dopo un salto di due decenni, assistiamo alla morte di don Fabrizio». La scena del ballo è quella su cui si sofferma maggiormente Luchino Visconti nel suo film. «E' lì che si concretizza come il "tutto debba cambiare per restare come prima", attraverso l'unione di Tancredi e Angelica, che rappresentano il presente, rivolto al futuro». Il principe si ritiene invece troppo vecchio per inserirsi tra la fine di un mondo vecchio e l'inizio di uno nuovo. Citando Eugenio Montale, Berardinelli ha parlato di "delirio di immobilità". Un'atmosfera decadente che l'aristocratico Visconti sentì da subito sua, tanto da assicurarsi immediatamente i diritti per la trasposizione cinematografica del libro. Il film verrà proiettato venerdì alle ore 9 e 15 nel laboratorio per le scuole, a cura di Letizia Bellocchio, nell'ambito di InFormazione Teatrale 2006, progetto di Teatro Gioco Vita, con il sostegno della Fondazione.
Riccardo Anselmi