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Sabato 11 Febbraio 2006 - Libertà

Aperto il ciclo "Cinema e letteratura"

Costa rivela i segreti del film "Ossessione"
Visconti si rifece a Tay Garnett

PIACENZA - La rilettura verghiana di un romanzo americano: è Ossessione, il film d'esordio di Luchino Visconti, nelle parole del critico Antonio Costa, che l'altra sera al "Filo" ha aperto il ciclo Cinema e letteratura, curato da Gioco Vita e Comune, con il sostegno della Fondazione di Piacenza.
L'iniziativa, come ha ricordato la curatrice Letizia Bellocchio, prende spunto dalla ricorrenza del centenario della nascita e dei 30 anni dalla morte del grande cineasta, per raccontare un periodo fondamentale del cinema italiano, analizzato nei riferimenti alle fonti letterarie, con uno sguardo allargato alla produzione di Rossellini, anch'egli nato nel 1906. L'incontro con Costa, docente di storia del cinema allo Iuav di Venezia, ha ben esplicitato le molteplici relazioni culturali che un'opera come Ossessione di Visconti riesce a instaurare con e contro il suo tempo. Per capire la pellicola, uscita nel '43, Costa si è addentrato tra gli studi di Cinecittà (presieduta dal 1940 al '43 dal gerarca Luigi Freddi, alla guida anche di Enic e della casa di produzione Cines e che dal 1934 al '39 era stato direttore generale della cinematografia, influente braccio propagandistico del regime) e soprattutto tra le pagine della prima serie della rivista Cinema (1936-1956), soffermandosi in particolare sugli articoli di Visconti, e De Santis (con Mario Alicata) e Antonio Pietrangeli, che ritroviamo (insieme a Moravia e Gianni Puccini) tra gli sceneggiatori di Ossessione. Costa ha premesso all'analisi del film un'introduzione al tema chiave del rapporto letteratura e cinema, da lui poi sviluppato principalmente secondo una prospettiva storica, sia pur intrecciata con gli approcci comparativo e pragmatico. Nel caso di Ossessione, la fonte di ispirazione riconosciuta (anche se non dichiarata, forse per evitare di pagare, dato il budget limitato, i diritti d'autore) è Il postino suona sempre due volte (1934) di James M. Cain. «Autore considerato mediocre secondo un luogo comune, ma il cui romanzo ha invece molti elementi di cinematografabilità», dimostrata dalla longeva carriera del libro sul grande schermo: la prima versione francese, Le dernier tournant (1939) di Pierre Chenal; Ossessione (1943) di Visconti; Il postino suona sempre due volte (1946) di Tay Garnett, ripreso con lo stesso titolo da Bob Rafelson nel 1981 e, infine, l'ungherese Szenvedély (1998) di György Fehér. Costa ha confrontato Visconti e Garnett, evidenziando come il regista italiano sia riuscito a filmare nuove realtà, prima del tutto assenti, e a proporre nuovi modi di filmare, inverando quanto scritto da Pavese: «Noi scoprimmo l'Italia cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia e nella Spagna». Punti di passaggio determinanti: conoscenza di cinema e letteratura francese (Visconti fu aiuto di Renoir in Une partie de campagne) e la riproposizione del primitivismo verghiano.

Anna Anselmi

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