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Venerdì 3 Febbraio 2006 - Libertà

Il giornalista stasera all'auditorium della Fondazione per la settimana sociale della diocesi Piacenza-Bobbio

Don Puglisi, un testimone della Chiesa
Il ricordo di Deliziosi: «Educava e agiva secondo il Vangelo»

La settimana sociale della diocesi di Piacenza-Bobbio, "Confini - rischi, opportunità, speranze", si apre questa sera alle ore 21 all'auditorium della Fondazione di Piacenza con l'incontro "Confini di legalità: speranza cristiana e confine della violenza -. La testimonianza della chiesa di Sicilia attraverso il martirio di don Puglisi, speranza della chiesa italiana che vive in terra di confine". Interverrà il giornalista Francesco Deliziosi, palermitano (già ospite a Piacenza nel 2005 alla Festa del volontariato con Rita Borsellino), capocronista del Giornale di Sicilia e autore della biografia del sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Un libro-documento dove Deliziosi, che ha condiviso per 15 anni il cammino di don Puglisi (suo insegnante di religione al liceo e poi direttore spirituale), non ha solo compiuto un'inchiesta giornalistica sull'efferato delitto di mafia, ma ha raccolto testimonianze, scritti e fotografie del parroco di Brancaccio, quartiere alla periferia di Palermo.
La biografia Don Puglisi (Mondadori) è stata fonte di ispirazione per il testo teatrale Il fiore del dolore del poeta Mario Luzi e per il film Alla luce del sole di Roberto Faenza. Deliziosi è anche membro della commissione diocesana che ha istruito il processo per la causa di beatificazione. «L'istruttoria si è conclusa nel 2001 e da allora il fascicolo è alla Congregazione per le cause dei Santi. L'auspicio è che i tempi siano rapidi, per dare un segnale a tutta la Sicilia che la Chiesa, per intero, si schiera a fianco di chi nell'isola combatte le stesse battaglie di don Puglisi. Se diventerà il primo martire dell'antimafia sarà la maniera giusta, secondo me, da parte della chiesa di riconoscere la missione pastorale di don Puglisi, di prendere a modello quanto faceva e indicarlo come metodo agli altri sacerdoti che continuano il suo impegno».
Che cosa rimane oggi a Brancaccio della testimonianza di don Puglisi?
«Molti passi avanti si sono fatti. Brancaccio conta circa 12mila abitanti e quando don Puglisi conduceva le sue battaglie non esisteva nessuna scuola media. Nel 2000 finalmente è stata inaugurata, alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi. Anche il centro sociale "Padre nostro", fondato da don Puglisi, funziona ancora e ha ampliato le sue sedi e le sue attività. Quindi concretamente per il quartiere ci sono stati dei benefici, anche perché per fortuna la reazione dello Stato si è tradotta pure nell'arresto dei mandanti e degli esecutori del delitto».
E in Sicilia?
«Il delitto Puglisi è servito come catalizzatore per un cammino di crescita dell'intera comunità religiosa. Fino agli anni '70 la Chiesa non aveva colto nella sua interezza la minaccia mafiosa. Il delitto Puglisi e la visita in Sicilia di papa Giovanni Paolo II, che ad Agrigento ha lanciato quell'anatema famosissimo, sono stati due episodi che hanno mostrato nella sua evidenza come la mafia sia incompatibile con il Vangelo di Gesù Cristo. Una cosa che detta oggi, nel 2006, può sembrare ovvia, però dobbiamo purtroppo anche dire che fino agli anni '70 quest'affermazione non era così condivisa, anche all'interno della stessa Chiesa. Quindi, il sacrificio di don Puglisi rappresenta un po' per tutta la comunità cattolica il simbolo di quest'opposizione che ormai deve essere esplicita e senza compromessi».
Cosa rendeva don Puglisi un avversario così temibile per la mafia?
«Pochi giorni fa il cardinale Salvatore De Giorgi, arcivescovo di Palermo, in udienza privata da papa Benedetto XVI per perorare la causa di beatificazione di don Puglisi, ha voluto sintetizzare il motivo per cui don Puglisi è stato ucciso: "Da sacerdote educava secondo l'insegnamento del Vangelo", rivolgendosi soprattutto ai ragazzi e ai giovani, invitando al rispetto della legalità, all'interno di una realtà come quella di Brancaccio dove il tasso di delinquenza e malavita è molto ampio. De Giorgi ha aggiunto: "Non solo parlava, ma anche agiva. Sottraeva i giovani e i ragazzi più piccoli alle seduzioni della mafia e per questo fu eliminato"».
Le ultime parole sono state: "Me l'aspettavo". Era stato lasciato solo in questa lotta?
«È il tormento che abbiamo noi tutti che lo abbiamo conosciuto. Lui era ben consapevole di rischiare la vita, però non chiese mai una scorta o un trasferimento. In qualche modo è andato incontro al suo destino proprio per non abbandonare la parrocchia. Non ha voluto inoltre esporre la vita di altre persone, richiedendo una scorta».

Anna Anselmi

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