Domenica 5 Febbraio 2006 - Libertà
Settimana sociale Il giornalista siciliano ha raccontato il sacerdote ucciso dalla mafia
Un parroco in terra di frontiera
Don Pino Puglisi ricordato da Francesco Deliziosi
di ANNA ANSELMI
Un parroco in una terra di frontiera, la Sicilia, impegnato in un quartiere di periferia, il Brancaccio di Palermo, dove il confine tra lecito e illecito, tra legale e illegale, tra diritto e sopruso viene spesso scavalcato. Un uomo umile, che conduceva le sue piccole e grandi battaglie accanto al suo "gregge" e lontano dai riflettori.
La mafia cercò di mettere a tacere per sempre a colpi di pistola don Pino Puglisi il 15 settembre 1993; un omicidio a sangue freddo come monito per altri che cercassero di scardinare consolidati sistemi di prevaricazione e di violenza. Eppure la voce di questo "coraggioso testimone del Vangelo" (così lo definì papa Giovanni Paolo II in visita in Sicilia nel novembre 1994) parla ancora, attraverso il suo esempio, i suoi scritti e il ricordo di chi lo ha conosciuto.
Come Francesco Deliziosi, capocronista del Giornale di Sicilia, che è intervenuto insieme alla moglie Maria Mattina l'altra sera all'auditorium della Fondazione, nell'incontro che ha aperto la Settimana sociale 2006 della diocesi di Piacenza-Bobbio, promossa dall'Ufficio pastorale sociale e dall'Azione cattolica, sul tema "Confini - Rischi, opportunità, speranze". Ad introdurre l'iniziativa, davanti a un numeroso pubblico, Enrico Corti, direttore dell'Ufficio pastorale del lavoro, che ha richiamato come, per credenti e non, si ponga oggi con urgenza la tensione tra il bisogno di sicurezza e la necessità di apertura verso l'altro, tra la riaffermazione della propria identità e il confronto con altri modi di vivere e di credere, per una società «sempre più rispettosa della dignità dell'uomo».
Il racconto di Francesco Deliziosi, che per 15 anni è stato accanto al sacerdote palermitano (prima come suo allievo al liceo, poi come discepolo spirituale e, dal 1990, come volontario nelle attività della parrocchia di Brancaccio), è stato preceduto da un breve filmato, con spezzoni di varie interviste rilasciate dal giornalista e una scena significativa del film Alla luce del sole di Roberto Faenza, ispirato anche alla documentata biografia Don Puglisi (Mondadori) scritta dallo stesso Deliziosi. Il prete martire si autodefiniva "un rompiscatole" e, fin dalla prima lezione nella scuola superiore palermitana frequentata dal futuro cronista, invitava i giovani a pensare con la loro testa e a non avere paura di rompere le scatole.
Non era un eroe, né un Don Chisciotte, ma una persona consapevole dei limiti della sua azione («Non si illudeva di trasformare Brancaccio, ma cercava di gettare un seme, di proporre modelli culturali diversi») e dei rischi che correva. «Me l'aspettavo», disse sorridendo ai suoi sicari. Deliziosi ha spiegato come fosse sotto tanti aspetti rivoluzionaria la figura di un parroco che non si relegava in chiesa e in sagrestia, ma andava in mezzo alla gente e non accettava comodi compromessi.
"Debole con i deboli", don Puglisi esercitava il suo ministero senza arrogarsi supplenze, «perché la Chiesa non deve occupare spazi o compiti amministrativi che non le competono» e senza logiche clientelari. Dunque non si prestava «alle pressioni, alle richieste di raccomandazioni e di servitù al politico di turno (quando a Brancaccio arrivavano questi ultimi, don Pino li metteva alla porta insieme con i loro facsimili elettorali)». Collegandosi alla prima enciclica di papa Benedetto XVI, Deus Caritas est, Deliziosi ha ribadito come il tema dell'amore cristiano sia sempre stato centrale per don Puglisi. A 13 anni dalla sua morte, mentre è in corso la causa di beatificazione per martirio, la Chiesa siciliana si trova ancora ad affrontare molte difficoltà: «A volte ci sentiamo più vicini al Sud America che al Nord Italia. Ci sono situazioni di degrado e di malaffare che magari negli ultimi anni non si sono più tradotte, per fortuna, nelle stragi e nei delitti eclatanti, ma che si mantengono forti e radicate nel territorio. Basti dire che i giudici stessi dicono che qui in Sicilia l'80-90 per cento dei commercianti paga il pizzo. La strategia della mafia negli ultimi anni è quella della sommersione, per far smorzare l'attenzione della società civile italiana nei confronti della criminalità organizzata. Sta di fatto però che per i cattolici, per i sacerdoti in particolare che operano nelle periferie, la minaccia e il potere della mafia sono praticamente quasi intatti».