Sabato 4 Febbraio 2006 - Libertà
Lo storico Giorgio Fiori illustra la sua idea su come allargare lo spazio espositivo
Un progetto per la Galleria Ricci Oddi
Il Decreto Ministeriale del 7 agosto 1948 pubblicato sulla gazzetta Ufficiale del 19 aprile 1949, come ho raccontato nella prima parte di questo mio intervento, irrilevante ed anzi contrario alle tesi sostenute dagli Amici dell'Arte per i loro interessi, fu invece paradossalmente sempre poi sbandierato come un determinante riconoscimento giuridico delle loro pretese, in realtà infondate; tale atteggiamento è stato tenuto fino ai nostri giorni anche da tutta l'interessata pubblicistica a favore della Associazione.
Il Consiglio di Amministrazione della Ricci Oddi era però stato nei primi anni contrario alle richieste di concedere i locali alla nuova Associazione, anche perché nell'immediato dopoguerra erano stati affittati ad una Associazione musicale chiamata Circolo della Galleria, che ne aveva fatto sede di concerti, di danze, di altre manifestazioni consimili.
Gli Amici dell'Arte avevano però l'appoggio politico della Democrazia Cristiana (di cui era autorevole esponente l'avv. Massari), che a quei tempi era comunque pressoché egemone delle vicende comunali e statali. Il Massari fece in modo che in occasione dei rinnovi dei consigli di Amministrazione della Ricci Oddi, i consiglieri nominati dagli Enti Pubblici (Comune e Prefettura e altri) che erano stati contrari alla consegna dei locali agli Amici dell'Arte, venissero sostituiti con altri assai più accondiscendenti alle tesi della Associazione, che finirono così per ottenere la maggioranza dei consensi, anche in mancanza di alcun legale diritto.
Tale operazione non poté però subito andare in porto, anche perché il Circolo della Galleria aveva i suoi sostenitori, ma infine gli altri ebbero la meglio ed in seguito, verso il 1960, gli Amici dell'Arte, che già avevano nuovamente ottenuto fin dal 24 febbraio 1951 il diritto di nominare un loro rappresentante nel Consiglio della Ricci Oddi, poterono rioccupare i locali che ora sono la loro sede. Non sono in grado di precisare maggiormente la data esatta in cui il Consiglio della Ricci Oddi stabilì di fare questo regalo agli Amici dell'Arte. Infatti, malgrado le mie reiterate richieste da ben due mesi che avevano il solo scopo di permettere alla Galleria l'indispensabile ricupero dei locali ora usati dall'Associazione, non solo non mi è stato consentito di fare le necessarie ricerche nell'Archivio dell'Istituto, mediante l'esame dei verbali delle delibere consiliari, ma anche, mi sono state rifiutate le notizie da me richieste.
La notizia di tale data, per quanto opportuna, soprattutto al fine di conoscere le ragioni della nuova dannosissima concessione, non è però strettamente indispensabile.
Ho anche consultato gli altri due enti interessati al progetto, cioè la Fondazione di Piacenza e Vigevano e l'assessorato alla Cultura del Comune di Piacenza.
Comunque, gli organi direttivi della Ricci Oddi hanno ora le prove irrefutabili che i locali in uso dagli Amici dell'Arte possono essere ricuperati in vista di uno sviluppo dell'Istituto e di un suo collegamento con il palazzo Enel, che, in mancanza del collegamento stesso sarebbe stato più logicamente concesso in uso al più vicino antistante Conservatorio Nicolini. Parimenti gli Amici dell'Arte perdono il diritto di nomina di un loro rappresentante nel Consiglio della Ricci Oddi; proprio perché la nuova Associazione non ha titolo per dichiararsi continuazione di quella sciolta nel 1932, che era la sola vera concessionaria dei diritti riconosciuti ad essa fin dal 1924 da Ricci Oddi.
Non mi nascondo peraltro che alla indispensabile riunione dei locali della Galleria, degli Amici dell'Arte e del palazzo Enel si frappone un ostacolo non da poco, che dovrà essere superato in accordo con la Soprintendenza ai Monumenti, mentre la prevedibile opposizione degli Amici dell'Arte potrà essere affrontata, prima che in via legale, dove peraltro la vittoria della Galleria è sicura, con accordi bonari in modo che alla Associazione si possa dare un'altra sede.
Purtroppo a suo tempo l'architetto Arata, progettista del palazzo della Galleria, più sensibile agli effetti scenografici, che a quelli della funzionalità, non previde la possibilità del collegamento al piano terreno tra i locali della Galleria vera e propria e quelli lasciati in uso agli Amici dell'Arte; bisognerà ora provvedere a tale necessità, creando poi il collegamento anche con il palazzo Enel.
Tutti questi locali sono infatti indispensabili per uno sviluppo della Galleria, che non può rimanere immutata nel tempo e nella disposizione delle opere esposte al pubblico. Infatti, se così fosse, non vi sarebbero più donazioni a favore della Istituzione, perché nessun potenziale donatore sarebbe disposto a concedere opere, destinate a finire non nella Galleria, ma in qualche ufficio del Comune o di altro ente, con altissimo rischio di dispersione e di perdita, a parte il fatto che ovviamente a nessuno piace vedere che i suoi doni sono in realtà poco o nulla apprezzati. Viceversa l'esposizione solo di un piccolo numero di opere, sia pure sceltissime, manterrebbe effettivamente alto il prestigio della Galleria, ma la condannerebbe ad una sostanziale sclerosi e mummificazione.
Se comunque si vuole proprio mantenere ad uso del turista frettoloso ed esigentissimo una sezione espositiva con pochissime opere assai selezionate, bisognerà comunque pensare anche ad un percorso espositivo parallelo dove si possano esporre opere degne di essere osservate, anche da coloro che non pretendono di vedere solo le meraviglie; e si potrebbe procedere ogni tanto ad una parziale rotazione tra le opere esposte nelle due sezioni, conservando stabilmente nella prima solo le opere che per la loro importanza si possono ritenere insostituibili. Viceversa le opere pur apprezzabili e degne di finire in una pinacoteca, anche se di minor valore, potrebbero essere conservate nei depositi, che a richiesta potrebbero diventare a loro volta visitabili e accessibili.
Soltanto le opere di modesto interesse e di valore pressoché solo documentario potrebbero essere destinate ad ornamento degli uffici pubblici, tanto più che opere di artisti ora non particolarmente apprezzati, potrebbero con il tempo essere assai rivalutate dalla critica d'arte che, come è noto, è assai mutevole nei suoi giudizi.
Non si può ad esempio dimenticare che il quadro del Klimt che con tanta facilità ci si è fatto rubare nel corso di restauri alle cornici, tassativamente imposti dall'assessorato alla Cultura di quel tempo, e mai richiesti, perché ritenuti non necessari, dal Consiglio di Amministrazione della Galleria, e che era ultimamente ritenuto forse il pezzo più importante della pinacoteca, soltanto fino a pochi decenni or sono non era certo considerato tale, ma soltanto un'opera di qualche pregio, inferiore però a tante altre.
Secondo il mio progetto la Galleria dovrebbe tenere il passo con i tempi, sia pure organizzando sezioni separate, in cui si possano accogliere, previa accurata selezione, le nuove opere anche contemporanee, purché rigorosamente solo donate; d'altronde né il Comune né la Galleria avrebbero mezzi per procedere ad acquisti, che si presterebbero comunque invece a favoritismi e a scelte di dubbia limpidezza.
Bisognerebbe pertanto pensare ad allestire una sezione riservata all'arte contemporanea astratta nazionale o straniera, e ad un'altra con opere dello stesso genere, sempre selezionatissime, riservata però ai soli pittori piacentini. Bisognerebbe invece predisporre altre due sezioni l'una riservata all'arte esclusivamente figurativa nazionale o straniera, l'altre per le opere, pure selezionatissime, dei soli pittori piacentini.
Oltre a queste due sezioni destinate ad accogliere le sole opere d'arte tradizionalmente figurative, si dovrebbe predisporre una sezione riservata alla sola ritrattistica, però rigorosamente ed esclusivamente piacentina, non tanto per quanto riguarda gli autori, ma solo le persone effigiate, che verrebbero così immortalate nell'arte e nel ricordo dei concittadini; si può stare certi che le donazioni di ritratti, ovviamente selezionatissimi, se non altro per ragioni di vanità, non verrebbero in futuro certo a mancare e si terrebbe infatti in vita la tradizione ritrattistica piacentina che dal '600 al '900 ha sempre costituito un vanto artistico per Piacenza.
Uguale sezione potrebbe essere invece riservata alla Natura Morta figurativa che vanta da Arbotori a Boselli e a tanti altri più recenti, una notevole tradizione anche nel campo nazionale.
Il mio progetto richiede comunque molti nuovi spazi, e non soltanto quelli ora occupati dagli Amici dell'Arte e gli altri del palazzo Enel; con opportuna lungimiranza bisognerebbe acquistare anche il contiguo palazzo del Magistrato del Po; è infatti ovvio che non si può pensare ad una Galleria piacentina in cui però, se non altro a titolo documentario, l'arte piacentina non è rappresentata e non può entrare. Viceversa i piacentini devono essere in grado di apprezzare quanto di meglio gli artisti piacentini moderni e contemporanei continuano a produrre; ciò è necessario almeno per ragioni didattiche e documentarie.
Il mio progetto rimarrà un sogno? Può essere, perché non ignoro che i miei concittadini sono allergici alle novità. Probabilmente verranno suscitate molte opposizioni perché il progetto tocca troppi interessi consolidati; qualcuno però, nell'ambiente degli amanti dell'arte e degli artisti a cui brevemente lo ho già esposto, lo ha assai apprezzato, pur non nascondendosi le difficoltà pratiche per la sua realizzazione.
Bisogna però comunque avanzare progetti e proposte, che possono essere modificati nel corso di successive discussioni, alle quali darò il mio contributo, pur nella mia qualità di semplice cittadino, privo di cariche, ma studioso e amante dell'arte, nonché disponibile a dare il buon esempio con l'impegno a donare alla Galleria il mio ritratto, ovviamente di eccellente pennello concittadino.
Malgrado il mio prudente scetticismo, voglio però fare un atto di fede nell'intelligenza e nell'interesse civile dei miei concittadini, se non anche nei politici e nei burocratici. Inviterei pertanto ad un pubblico dibattito, anche a mezzo stampa, sui temi da me proposti, tutti i rappresentanti delle istituzioni locali artistiche e culturali, gli artisti (quelli almeno degni di tal nome e non gli imbrattatele politicizzati) e tutti coloro che in genere amano l'arte e la cultura, perché esse, almeno a livello locale, dipenderanno anche dall'esito di tali discussioni progettuali, che interessano però anche il futuro sviluppo turistico ed economico della nostra Piacenza.
(Seconda parte - Fine)
Giorgio Fiori