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Venerdì 3 Febbraio 2006 - Libertà

Lo storico Giorgio Fiori illustra un progetto per allargare gli spazi della galleria
Ricci Oddi, Amici dell'Arte e Palazzo Enel

Da qualche anno mi interesso alle vicende della Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi. Tutto ebbe inizio dal ritrovamento da me effettuato del progetto per la costruzione del palazzo ex-Enel, in quel tempo acquistato dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, che intendeva - malgrado le reticenze del suo presidente Mazzocchi - unirlo come utilizzo alla vicina Galleria. Le reticenze di Mazzocchi avevano innestato un dibattito circa l'utilizzo dell'immobile, che alcuni invece intendevano unire all'antistante Conservatorio Musicale Nicolini, salvo poi rimangiarsi le loro "concrete" proposte, quando si chiarì la vera intenzione di Mazzocchi, che tutti allora "tenevano buono" per ragioni fin troppo ovvie. Vi fu quindi un repentino voltafaccia di vari opportunisti che si "convinsero" della bontà di quanto voleva il Presidente, saltando - alla maniera italica - sulla barca vincente.
Avevo subito parteggiato per l'unione alla Galleria e mi affrettai a porre a disposizione della Fondazione la notizia della mia scoperta; mi fu perciò dato l'incarico - che avrei eseguito gratuitamente! - di scrivere la storia dell'isolato di San Siro, sulla cui area sono edificati la Galleria e il palazzo Enel ed altri importanti artistici edifici. Il lavoro di ricerca e di redazione era già stato portato a buon punto, ma repentinamente lo interruppi quando fui informato che il Consiglio di Amministrazione della Fondazione, su proposta di Mazzocchi, invece di indicare il mio nominativo per l'incarico gratuito nel Consiglio della Ricci Oddi, come avrebbe voluto e scritto il dimissionario prof. Ferdinando Arisi, aveva invece scelto - con un procedimento che lascio ad altri valutare - il figlio di un componente dello stesso Consiglio di Amministrazione della Fondazione.
Con tali mezzi Mazzocchi, in vista di una sua possibile elezione o riconferma alla Presidenza della Fondazione, cercava di tenersi buoni i suoi futuri elettori. Tali pratiche non hanno peraltro dato sempre buon frutto per Mazzocchi, che, come in questo caso, fu poi abbandonato al suo destino anche da chi aveva ricevuto i benefici, che però intendeva conservare, saltando rapidamente sulla barca di chi ormai chiaramente avrebbe prevalso nella corsa alla Presidenza, in cui Mazzocchi riuscì infine soccombente.
Sarebbe bene introdurre una norma statutaria che espressamente vieti ai consiglieri, ai loro congiunti e alle loro società o imprese, di fare affari o ricevere compensi o incarichi di qualsivoglia genere a spese della Fondazione!
Intanto, però, mentre studiavo le vicende degli edifici dell'isolato di S. Siro, in vista anche di una futura utilizzazione, mi ero reso conto che il progetto di unione della Galleria al palazzo Enel non aveva senso se non si fosse proceduto a trovare una via di comunicazione tra essi attraverso i locali ora occupati dalla Associazione degli Amici dell'Arte, pretesa erede di tale beneficio gratuito stabilito dal Fondatore della Galleria stessa, Giuseppe Ricci Oddi. Mi ero sempre sentito raccontare questa comoda favola, che però è priva - come poi ho scoperto - di ogni fondamento legale. Era pertanto necessario sostenere che l'Associazione doveva procurarsi un'altra sede ed avrei avuto qualche problema a sostenere tale tesi, perché ero socio e collaboratore della stessa Associazione, il cui consiglio direttivo - dando prova di competenza e lungimiranza! - mi diede l'ottimo pretesto (anche se al momento francamente mi dispiacque) per andarmene dalla Associazione, conservando così senza problemi la mia libertà di opinione e di manovra.
Avevo infatti nel frattempo scoperto che le pretese della Associazione di rimanere nella sua attuale sede erano totalmente infondate.
Infatti era vero che Giuseppe Ricci Oddi, donando con atto del 27 dicembre 1924 al Comune di Piacenza tutti i suoi quadri e la sede della Galleria che intendeva fare costruire a sue spese, aveva contestualmente disposto che nei locali di essa potesse alloggiare gratuitamente l'Associazione degli Amici dell'Arte, che era stata fondata nel 1920 e che dal 1921 iniziò a pubblicare ogni anno i volumi della Strenna Piacentina; era però altrettanto vero che tale Associazione per mancanza di mezzi, fin dal 1930 aveva cessato tali pubblicazioni ed infine nella seduta di tutti gli iscritti del 17 dicembre 1932 aveva deliberato liberamente di sciogliersi, per confluire nel febbraio dell'anno successivo 1933 nell'Istituto Fascista di Cultura che, godendo di protezioni e sovvenzioni statali e politiche, era in grado di svolgere con abbondanza di mezzi una attività analoga (anche se parzialmente diversa, proprio a causa della sua dichiarata politicizzazione), tanto che dal 1934 si potè riprendere sotto la sua egida la pubblicazione della Strenna Piacentina, che durò fino al 1941, quando si interruppe per le vicende belliche, che portarono nel 1943 alla caduta del Regime Fascista ed alla fine del relativo Istituto culturale.
Andarono pertanto perduti fin dal 1932, proprio in seguito all'autoscioglimento della Associazione beneficiaria, sia il diritto di uso dei locali della nuova Galleria, che fu inaugurata solennemente nel 1931, sia il diritto di nomina di un membro del Consiglio di Amministrazione della Galleria stessa, che pure il Ricci Oddi (morto poi nel 1937) aveva espressamente riservato alla stessa Associazione, i cui mobili e quadri furono in parte trasferiti nello stesso Istituto Fascista, dove erano almeno in parte rimasti fino alla caduta del Regime, finendo poi affidati a persone particolari. Tutto ciò era ampiamente dimostrato da una lettera dell'ing. Emilio Morandi, già presidente della Associazione e membro per conto di essa del Consiglio della Ricci Oddi in data 26 aprile 1933, indirizzata al presidente della Ricci Oddi, con la quale si dimise dal Consiglio della medesima, asserendo di non avere più diritto a conservare tale carica, proprio in seguito all'autoscioglimento dell'Ente che lo aveva nominato.
Tali notizie furono confermate da altra sua lettera in data 24 maggio 1933, con cui ribadiva le sue dimissioni e dichiarava che con lo scioglimento della Associazione che lo aveva proposto erano cessati anche i diritti che le aveva riservato Giuseppe Ricci Oddi. Analoghe notizie venivano fornite dall'avv. Ercole Calda, ultimo presidente degli Amici dell'Arte, subentrato nel 1931 nell'incarico all'ing. Morandi, che ulteriormente spiegava che in seguito all'autoscioglimento del 1932 l'Associazione si era poi fusa con l'Istituto di Cultura Fascista nel 1933. In pari tempo il Consiglio della Ricci Oddi, con delibera del 21 maggio 1934, preso atto dello scioglimento dell'Associazione degli Amici dell'Arte, affittava all'Istituto di Cultura Fascista i locali già da essa occupati e che poi l'Istituto non utilizzò, avendo altra sede. Dovendo però prendere possesso dei mobili e quadri dell'Associazione in esso confluita, fu necessario forzare la porta d'ingresso, di cui evidentemente si era smarrita la chiave. Non si poteva però asserire che questo sia stato un atto di violenza, come invece volle poi asserire nel dopoguerra lo stesso ing. Morandi.
Vi era poi invece una lettera del Presidente dell'Istituto di Cultura Fascista in data 19 giugno 1934, con cui ringraziando il Presidente della Ricci Oddi per la concessione dei locali, asseriva che le condizioni economiche della disciolta Associazione erano precarie, per le forti passività (che evidentemente avevano impedito la prosecuzione della pubblicazione della Strenna Piacentina).
Tutte queste notizie, documentate dagli atti esistenti nell'Archivio della Ricci Oddi (quelli degli Amici dell'Arte si ritenevano smarriti), furono pubblicate con una lettera al Direttore del giornale Libertà in data 14 dicembre 1951 da parte del prof. rag. Guido Bernardi, già membro del nuovo Consiglio della Ricci Oddi, per rintuzzare le pretese dei membri della nuova Associazione degli Amici dell'Arte, fondata ex novo il 7 agosto 1945, con lo stesso nome, statuto e Presidente (che era l'ing. Morandi) e che pretendeva di subentrare in tutti i diritti di quella omonima sciolta nel 1932, di cui asseriva però di essere la pura e semplice continuazione. Tra le altre cose si pretendeva di ritornare nell'uso gratuito dei locali presso la Galleria Ricci Oddi, il cui commissario prefettizio, geom. Franco Sezenna, con la lettera del 26 ottobre 1945, respinse tali richieste perché giuridicamente infondate.
Alla lettera del prof. Bernardi rispose con altra del 19 gennaio 1951, pure su Libertà, il presidente della nuova Associazione e già presidente di quella antica che sosteneva - peraltro senza nulla documentare - che lo scioglimento del 1932 era imputabile alle coercizioni, pressioni e addirittura violenze poste in atto dai fascisti locali per indurre l'Associazione a confluire nell'Istituto di Cultura Fascista; inoltre le sue due lettere, di cui non poteva negare l'esistenza, portanti la notizia dell'autoscioglimento, sarebbero da lui state scritte in base a notizie false ricevute. Dal momento poi che il Bernardi aveva consigliato di portare l'eventuale vertenza all'attenzione della Magistratura che avrebbe risolto la diatriba, il Morandi disse che non era il caso di farlo, invitando il Bernardi a lasciare perdere "i cavilli giuridici" - cioè la verità e i diritti legali - e a favorire la consegna dei locali contestati.
Il Morandi addiceva a suo favore un argomento che riteneva determinante e che in realtà era inconsistente legalmente. Infatti fin dal 1948 l'avv. Francesco Massari, che divenne poi a sua volta presidente dell'Associazione, aveva fatto richiesta al Ministero competente per ottenere la consegna dei mobili e dei quadri già esistenti presso l'Istituto di Cultura Fascista ed allora in deposito di privati, alla nuova Associazione, asserita semplice continuazione della precedente, che era almeno in parte stata proprietaria degli stessi arredi ora contestati. In realtà il Ministero con decreto del 7 agosto 1948, pubblicato però solo sulla Gazzetta Ufficiale del 19 aprile 1949, letteralmente "concesse" (e quindi non "restituì") tali mobili alla nuova Associazione, purché continuasse a svolgere attività culturali. È quindi da notare che se di restituzione si fosse trattato, la nuova Associazione avrebbe potuto fare di tali arredi quello che voleva, senza il rischio di doverli retrocedere nel caso di omessa nuova attività culturale; e d'altra parte il ministero, se avesse "restituito" e quindi non "concesso" tali arredi, non avrebbe potuto imporre delle condizioni per l'utilizzo, come invece aveva posto.
(Prima parte - Segue)

Giorgio Fiori

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