Martedì 24 Gennaio 2006 - Libertà
La lunga notte di Elie Wiesel ad Auschwitz
Il libro "La notte" presentato in un incontro per gli studenti del "Respighi"
"Jamais je n'oublierai cette nuit, la première nuit de camp qui a fait de ma vie une nuit longue et sept fois verrouillée". Il racconto di quella notte indimenticabile, lunga una vita intera "per sette volte sprangata", iniziata il giorno del primo incontro con la realtà feroce e terribile del campo di Auschwitz, Elie Wiesel lo ha consegnato alla pagina scritta, dapprima in yiddish, la lingua materna, poi nel 1958 in una versione condensata in francese, la lingua della nuova patria, del paese, "terra dei diritti dell'uomo", che lo aveva accolto.
Ora La Nuit è stato ripubblicato in un'edizione in francese per le scuole (nella collana Les grands classiques di Les échos, per i tipi Paravia - Bruno Mondadori) completa di un'introduzione sulle tematiche affrontate nel libro (le caratteristiche dello shetl, il villaggio ebraico dell'Europa dell'est, e la logica agghiacciante di quella fabbrica di morte che è stata Auschwitz nelle sue articolazioni di Auschwitz I, Birkenau e Buna-Werke) e di un glossario, per illustrare alcuni aspetti della cultura ebraica.
Ogni capitolo è corredato da utili esercizi. Oltre a un profilo di Elie Wiesel e della sua opera, il libro riporta la prefazione di François Mauriac e, in appendice, brevi stralci da Se questo è un uomo di Primo Levi, uscito nel 1958 come La Nuit.
Ieri mattina alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, la curatrice Cecilia Cohen Hemsi è intervenuta a parlare di Elie Wiesel e del valore della sua testimonianza. L'iniziativa, introdotta da Licia Gardella, dirigente scolastico del liceo scientifico "Respighi", apriva le manifestazioni dell'istituto di barriera Genova per la Giornata della Memoria, dedicata in particolare quest'anno alla lettura dell'opera di Elie Wiesel (la traduzione italiana de La notte è pubblicata dalla Giuntina di Firenze).
L'assessore alle politiche giovanili del Comune di Piacenza, Paolo Dosi, nel portare i saluti dell'amministrazione, ha rimarcato come esistano modi diversi di essere testimoni: «Un testimone è autentico perché credibile, ma nella nostra società dell'apparenza può diventare difficile distinguere i testimoni autentici, riconoscibili per il loro stile di vita». Da qui l'invito ad accostarsi alla figura di Elie Wiesel, oggi settantottenne e sempre disposto a impegnarsi nella difesa dei diritti altrui. «Ha fatto della memoria una ragione di vita, intendendola come necessità di battersi per affermare i diritti umani nel mondo», ha sottolineato Cohen. «Ha fatto della Shoah il punto di partenza per una lotta universale».
Da Sighet, il villaggio della Transilvania (all'epoca in Ungheria, oggi in Romania), dove era nato nel 1928, Elie Wiesel venne deportato ad Auschwitz nel 1941. Un'esperienza devastante, dalla quale si salverà, unico della sua famiglia, miracolosamente. «Wiesel ha posto anche il problema del sopravvissuto e del suo dramma di raccontare o meno qualcosa che sembra impossibile da capire». Wiesel scrisse che non esisteva un linguaggio per trasmettere un orrore così grande, però decise comunque che bisognava parlare. Due i temi conduttori del libro emersi ieri: il rapporto con il padre, che morirà nel campo in Polonia, e il rapporto con Dio, vissuto in modo dialettico.