Venerdì 13 Gennaio 2006 - Libertà
Teatro Municipale - Stasera con l'Orchestra del Regio di Parma e i solisti Mazza e Massis
Webb, sul podio per Frazzi e Mahler
Un programma legato al concetto di "musica diabolica"
PIACENZA - Il direttore d'orchestra Jonathan Webb salirà sul podio del Teatro Municipale, questa sera alle 21, per dirigere l'Orchestra del Teatro Regio di Parma e i solisti Michelangelo Mazza al violino e Annick Massis, soprano. Il concerto, che si svolgerà nell'ambito della Stagione sinfonica curata dalla Fondazione Arturo Toscanini, si aprirà con due composizioni moderne e poco note, ma non per questo meno interessanti: Preludio magico di Vito Frazzi e Tartiniana seconda, per violino e orchestra di Luigi Dallapiccola. La seconda parte verterà invece su una delle sinfonie più struggenti e amate dal grande pubblico: la Quarta in sol maggiore di Gustav Mahler.
Al maestro Webb, nativo del Kent, laureato in composizione ed esecuzione musicale a Manchester, violinista, pianista e clavicembalista che vanta, come direttore concertatore, un curriculum ricchissimo e dal respiro internazionale, abbiamo chiesto di motivare la scelta di un programma piuttosto inconsueto.
Vito Frazzi e Luigi Dallapiccola: due nomi certamente degni di essere citati nel panorama della musica contemporanea, ma poco conosciuti dal grande pubblico.
«Diciamo pure sconosciuti. Posso dire onestamente che i due pezzi del primo tempo del concerto, quando mi sono stati suggeriti dal teatro, erano sconosciuti anche a me stesso. Forse per questo motivo mi è piaciuta subito l'idea di scoprirli e di eseguirli con l'Orchestra del Regio di Parma».
Ma in finale c'è il Mahler tormentato della Quarta Sinfonia.
«Che ho scelto io, avendo carta bianca per scegliere la seconda parte del programma. Perché Mahler? E' stato l'istinto, forse motivato da Tartiniana seconda. L'associazione di idee mi è giunta spontanea, dal "trillo del diavolo" di Tartini a una musica altrettanto diabolica».
Tra i molti suoi ruoli importanti, spicca l'esperienza come direttore stabile dell'Opera di Israele, dove ha vissuto per dieci anni. Una terra, a detta di molti musicisti, difficile sia umanamente che musicalmente.
«Assolutamente sì. E infatti, per me è stata un'esperienza enorme e fortissima in tutti i sensi. Per quattro anni sono stato direttore principale dell'Opera, ma sono tornato spesso anche come ospite ed ero domiciliato là. A parte gli evidenti aspetti umani, musicalmente in Israele esiste una tradizione molto antica ma, allo stesso tempo, particolare. Lì ci sono ebrei da tutto il mondo. La musica lirica, per esempio, non fa quasi mai parte della loro programmazione mentre il Teatro sinfonico è molto sentito perché fa parte della storia e dell'identità del popolo».
Oltre ad aver diretto ogni genere musicale, sinfonico e operistico, lei ha affrontato composizioni e allestimenti moderni: da West Side Story di Bernstein alle sue collaborazioni con Robert Wilson ed altri registi attuali.
«Direi che i registi contemporanei sono quelli con cui ho lavorato di più, finora. In base alla mia esperienza, le dirò che proporre spettacoli in chiave moderna non è semplice. C'è una grande tradizione di teatro: il pubblico che viene all'opera non ci viene solo per la musica ma proprio per il teatro, quello leggendario. Secondo me, il regista ha una responsabilità: quella di spiegare la storia. Se lui riesce ad esprimere il concetto, senza "rovinare" l'aspetto musicale, allora è libero di sperimentare. Perché non dovrebbe? Noi musicisti dobbiamo aprire gli occhi e le orecchie e sentire la "vita" di un altra persona. Non sono assolutamente d'accordo sul fatto di rendere l'esistenza difficile ai protagonisti, facendo delle vere e proprie caricature dei personaggi; questo non va bene e loro stessi non devono accettare che avvenga. Qualche volta capita che si vada solo in cerca dello scandalo, d'accordo, ma in generale la maggior parte dei registi moderni sono onesti. In questo senso, viva la modernità».
Eleonora Bagarotti