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Mercoledì 7 Dicembre 2005 - Libertà

Municipale - Stasera insolita apertura della stagione lirica comunale, domani pomeriggio e venerdì sera repliche

«Piacenza? Una patria dell'operetta»
Abbati e la sua compagnia tornano con "Il paese dei campanelli"

Piacenza - Conto alla rovescia per l'inaugurazione della stagione lirica al Municipale, che stasera (ore 20.30 abbonamento turno A), con repliche domani (ore 15.30 fuori abbonamento) e venerdì (ore 20.30 turno B), vedrà in scena il nuovo allestimento della compagnia di Corrado Abbati (alla ribalta anche l'anno scorso con l'operetta di Franz Lehár La vedova allegra). Si tratta de Il paese dei campanelli di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato che già Abbati portò alcuni anni fa al Politeama.
Nel cast, oltre allo stesso Abbati, nel ruolo di Le Gaffe, figurano: Antonella Degasperi (BonBon), Domingo Stasi - Giovanni Cucuccio (venerdì) nel ruolo di Hans, Paola Sanguinetti - Adriana Casartelli (venerdì) in quello di Nela, Fabrizio Macciantelli (Attanasio Prot), Giada Bardelli (Pomerania), Gabriele Bonsignori (Tarquinio Brut), Matteo Mazzoli (Basilio Blum), Francesca Dulio (Ehel, Corrado Siddi (Tom). Orchestra della compagnia diretta da Marco Fiorini. Scenografie di Sergio D'Osmo, coreografie di Stefania Brianzi, costumi di Artemio Cabassi.
Nell'attesa, qualche domanda ad Abbati.
Quella che vedremo a Piacenza è una "prima" assoluta del suo nuovo allestimento?
«Assolutamente sì. E' una nuova produzione realizzata in collaborazione con la Fondazione Toscanini e il Teatro Verdi di Trieste».
Lei viene a Piacenza spesso. Ricordi particolari?
«Quello più vivido è sicuramente legato all'anno scorso, quando, con La vedova allegra abbiamo calcato per la prima volta le tavole del Municipale, un teatro importante che mi mancava, ed al quale ho sperato a lungo di arrivare. A dire il vero, vi avevo già lavorato nell'83, come assistente alla regia nel Don Pasquale che aveva inaugurato la stagione in una produzione del Regio di Parma, con Jolanta Omilian ed Enzo Dara, (direttore Fabiano Monica, ndr). Ricordo invece la serata dello scorso anno come una delle più belle della stagione, dalla quale ho capito che anche ai piacentini l'operetta piace».
«Lei è conosciuto per la sua campagna di "riscoperta" di un genere musicale, leggero e d'intrattenimento, che tuttavia rientra ormai di diritto nel repertorio "colto". Come mai questa scelta?
«L'operetta sconta purtroppo gli effetti negativi di una "diminuzione" già intrinseca al suo nome. A mio avviso invece, l'operetta ha in sé una plusvalenza, e cioè la completezza artistica rigorosamente richiesta ai suoi interpreti, che devono non solo saper cantare, ma anche recitare e ballare».
Mai pensato di cambiare genere e repertorio? Magari indirizzandosi alla più illustre antenata dell'operetta, l'italianissima "opera buffa"?
«Quello di dedicarsi ad altro è un pensiero che viene un po' a tutti, almeno una volta nella vita, eppure io mi ritengo fra quei pochi fortunati che fanno ciò che vogliono fare».
Qualche cantante piacentino militante in passato nella sua compagnia?
«Proprio quest'anno Daniela Pilla (allieva di Maria Laura Groppi, applaudita ospite nella passata edizione del Valtidone Festival) coprirà il ruolo della protagonista femminile ne Il Conte di Lussemburgo».
Qualche anticipazione sull'allestimento de "Il Paese dei Campanelli"?
«Non ho voluto sottrarre alla messinscena il suo lato peculiare, e cioè la fresca immediatezza e l'andamento comico-farsesco, il tutto nel più rigoroso rispetto della partitura e dello spirito originari. Le scenografie di Sergio D'Osmo, un nome importante, che ha lavorato a lungo all'Opera di Roma e al Verdi di Trieste, conservano un che di naïf, tutte giocate sulle tonalità del bianco e dell'azzurro che ricordano le porcellane tipiche dei paesini olandesi, ove appunto si svolge la vicenda».
La scelta di aprire la stagione lirica del Municipale con un'operetta ha destato fra i più irriducibili melomani piacentini non poche polemiche. Lei cosa ne pensa, si tratta dell'ormai inattaccabile pregiudizio che pende sull'operetta come una spada di Damocle?
Certo l'operetta non è un'opera. Sono due cose diverse, che tuttavia oggi hanno raggiunto la medesima dignità. Mi spiego: il melodramma rappresenta la più alta espressione ottocentesca del teatro italiano, così come l'operetta lo è di quello europeo. Aprire una stagione con un'operetta è ormai diventata una consuetudine all'estero. Potrebbe in tal senso rispondere all'intento, da parte dell'Amministrazione comunale, di un'apertura culturale nei confronti del resto d'Europa».

Alessandra Gregori

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