Mercoledì 30 Novembre 2005 - Libertà
L'ensemble a plettri Luigi Cremona in concerto per gli "Amici del Romagnosi"
Alla riscoperta dei colori e dei timbri degli strumenti a plettro: successo
Piacenza - Assai in voga sul finire dell'Ottocento e ancora ai primi del Novecento, il mandolino, strumento principe nella famiglia dei plettri, ed, insieme alla mandola, unico discendente superstite del liuto, sembra avere conosciuto una battuta d'arresto: non lo si insegna negli istituti musicali (salvo qualche rara eccezione come il Conservatorio di Padova, da sempre pioniere alla scoperta di nuovi generi, mezzi e culture musicali) né compare spesso in orchestra, come se non meritasse, al pari dei suoi parenti più prossimi, gli strumenti a pizzico, di assurgere alle ambite celesti sfere della musica "colta".
Fra i primi proponimenti dell'Ensemble a plettri Luigi Cremona, protagonista, l'altra sera all'Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, di una applaudita quanto apprezzata esibizione, inserita nel ricco carnet di proposte culturali offerte e patrocinate da "Gli Amici del Romagnosi", sta pertanto l'intento di riscoprire le potenzialità timbriche e coloristiche degli strumenti a plettro, oltre che la copiosa letteratura, con particolare interesse rivolto alla produzione degli ultimi due secoli, dedicata a mandolino e mandola.
In scena dunque un organico di proporzioni cameristiche, formato da Davide Cignatta e Luigi Mulazzi ai mandolini, Lorenzo Quero alla mandola e Roberto Marcotti alla chitarra, versione ridotta della più vasta compagine orchestrale "Luigi Cremona", con sede ad Agazzano, alle prese con un repertorio di grande suggestione, e, perché no?, intriso di appassionato, languido folclore.
L'esordio del gruppo, avvenuto in concomitanza al saluto iniziale rivolto dal preside dell'Istituto Romagnosi Pierangelo Torlaschi e del presidente del sodalizio culturale degli "Amici" Mario Ambrogi, ai numerosissimi presenti, fra i quali figuravano l'assessore ai Teatri Calciati e l'assessore alla cultura Squeri, ha offerto un sapido ed immediato saggio del tenore e dei contenuti della serata: la Mazurca e la Tarantella di Raffaele Calace, che insieme al Bolero, eseguito come bis, costituiscono un Trittico di danze, e ancora la struggente Canzone a Posillipo (di autore anonimo), si rivelano da subito brani densi di pathos, vivaci e incalzanti eppure sempre velati da una sottile, estenuata malinconia.
A proposito di questo compositore d'inizio Novecento, esponente di una illustre famiglia napoletana di musicisti e liutai, vale la pena spendere un'ulteriore parola: gli stessi strumenti impugnati dagli interpreti (ad eccezione della chitarra che è a pizzico), portano infatti il marchio dei Calace, la cui discendenza giunge ai giorni nostri e prosegue nel tentativo di mantenere viva e promuovere la tradizione mandolinistica.
A seguire, e forse nella volontà di dimostrare anche la notevole versatilità dello strumento a plettro, il quartetto ha eseguito, in un carismatico dialogo a quattro di preciso rigore stilistico, ove i virtuosismi non sono certo mancati, due intense e celebri pagine operistiche, il Preludio all'Atto I di Traviata di Verdi e l'Intermezzo da Cavalleria rusticana di Mascagni, entrambi nella trascrizione approntata dal proprio fondatore, Luigi Cremona. E ancora, altra pagina molto nota nel catalogo per mandolino, Echi di Frisio, di Giuseppe Bellenghi, cui hanno fatto seguito la Suite marinaresca op. 290, susseguirsi di danze, dal titolo quanto mai evocativo, da La serenata delle Naiadi a La danza delle Ondine, a tempo di mazurca, alla barcarola Il canto delle Sirene insino alla polka de La fuga dei Tritoni di Amadeo Amadei, contemporaneo ed amico di Mascagni, e la Suite mexicana di Eduardo Angulo, tuttora vivente.
a. greg.