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Giovedì 24 Novembre 2005 - Libertà

Ricordando Marlene

In Fondazione la Dietrich tra parole e filmati

Piacenza - I tanti volti di Marlene Dietrich, attrice e donna anticonformista, sono stati raccontati da lei stessa nel documentario - intervista di Maximilian Schell, proiettato lunedì sera alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, primo dei due incontri dedicati all'affascinante diva, organizzati dal Centro culturale italo-tedesco Goethe-Zentrum in collaborazione con la Fondazione, il Goethe Institute e il Cineclub Piacenza. In realtà nel film Marlene, l'attrice sembra presentare solo ciò che di lei vuole che si sappia. A volte è evasiva nelle risposte, ben decisa a mantenere quell'immagine un po' altera e distante di irraggiungibile icona. É solo una voce intervistata per tre giorni in tedesco e per tre giorni in inglese, come da contratto. Non si concede all'obbiettivo («sono stata fotografata a morte»), né accetta che vengano ripresi gli interni delle sue case e i suoi oggetti, fedele fino all'ultimo al mantenimento di una netta distinzione tra attività lavorativa e vita privata.
Attraverso il ritratto che la ottantatreenne Dietrich affida all'intervista, girata e condotta da Maximilian Schell nel 1984, si ripercorre così soprattutto la carriera dell'attrice, dai primi film muti, da lei giudicati «orribili», alla consacrazione con L'angelo azzurro (1930) di Josef von Sternberg, regista pigmalione con il quale l'attrice si trasferì poi a Hollywood, realizzando con lui e la Paramount ulteriori sei pellicole. Il cineasta le rendeva la vita difficile - spiega la Dietrich - per costringerla ad usare la testa. Nel documentario ci sono cenni anche ad altri grandi del cinema: l'intesa assoluta con Fritz Lang (con il quale interpretò Rancho Notorius), Orson Welles, «un genio», prima di nominare il nome del quale, «bisogna fare il segno della croce» (per lui recitò ne L'infernale Quinlan, lavorando gratis, perché la produzione non voleva finanziare la pellicola), Billy Wilder (insieme lavorarono in Scandalo internazionale e in Testimone d'accusa, con l'impegnativa e superba prova della Dietrich nel doppio ruolo della testimone cockney e della moglie tradita Christine Vole) e George Marshall (Partita d'azzardo, titolo originale Destry rides again, accanto a James Stewart, con la celebre sequenza della rissa nel saloon e la conturbante canzone See what the boys in the back room will have), l'ammirazione per Spencer Tracy (in Vincitori e vinti di Stanley Kramer, per il quale vinse l'Oscar l'attore Maximilian Schell). I film preferiti: L'imperatrice Caterina, Capriccio Spagnolo e L'infernale Quinlan. La Dietrich parla anche del marito, della figlia («è il centro della mia vita»), della relazione con Ernst Hemingway («non aveva niente a che vedere con l'erotismo, con il sesso»), del rapporto di amore-odio con i suoi compatrioti tedeschi, che al ritorno in Germania, dopo la guerra, la accolsero con gioia, ma anche contestandola come traditrice. Commenta così la sua scelta di opposizione a Hitler: «Non capivamo niente di politica, ma eravamo antinazisti. Sapevamo dei campi di concentramento, dei bambini gasati. Non fu difficile decidere».
L'attrice lascia intravedere qualcosa della sua giornata: la sveglia alle 6 del mattino e la passione per la lettura («Heinrich Böll, Günter Grass, Paul Handke. E basta»), perché «quando si legge non si è mai soli». Nella parte finale della lunga intervista, la Dietrich pare togliersi la maschera, quando si emoziona ed emoziona il pubblico, ascoltando la poesia preferita dalla madre, letta da Schell.
La serata in Fondazione, preziosa occasione offerta ai piacentini dal Centro italo-tedesco, è stata introdotta da Milena Tibaldi Montenz, presidente del Goethe-Zentrum di Piacenza-Lodi, Giuseppe Curallo, presidente del Cineclub Piacenza e dalla giovane studentessa di cinema Giorgia Scalia.

Anna Anselmi

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