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Domenica 23 Ottobre 2005 - Libertà

Municipale - Romeo e Giulietta, proiezioni d'amore

Convincente allestimento dei "Capuleti" di Bellini sotto la regia della Mazzavillani, stasera replica
Tra Farcas e Gardina vince il Belcanto, e l'opera sembra un film

Piacenza - A proposito de «I Capuleti e i Montecchi» di Vincenzo Bellini che, con la direzione di Patrick Fournillier e nell'allestimento scenico firmato da Cristina Mazzavillani Muti, sono andati in scena al Municipale l'altra sera (con replica stasera alle 21 per il turno B di abbonamento), vale la pena di citare la battuta di un signore cinico ma acuto, che alla "prima" ha commentato: «Una scenografia fatta di proiezioni, un cast di cantanti giovani, un'orchestra di ragazzi: quest'opera dev'essere stata messa in piedi senza spendere molto. Dovranno imitarla in molti, ora che la nuova Finanziaria ha tagliato i fondi alla lirica». In questa valutazione "economica" c'è forse del vero, ma a patto di intenderla nel senso buono.Questi Capuleti sono uno spettacolo bello e riuscito, che mostra come anche nella lirica di oggi, amministrando le risorse con intelligenza, sia possibile realizzare ottime cose anche senza disporre di risorse da capogiro. Lo dimostrano i convinti applausi del pubblico alla "prima" di venerdì. E lo dimostra il buon successo che questo allestimento dei Capuleti, "nato" al Ravenna Festival del 2001 (le due rappresentazioni al Municipale sono infatti prodotte dalla Fondazione Toscanini in collaborazione con la manifestazione ravennate), ha riscosso in diverse piazze.
Il primo elemento di fascino di questo spettacolo, anche se appare ovvio dirlo, è la bellezza dell'opera in sé: I Capuleti e i Montecchi è, come ogni altra opera di Bellini , un capolavoro. A comporlo è, nel 1830, un Bellini ventinovenne, che si trova in un passaggio cruciale della sua carriera: l'anno prima, ne Il Pirata , ha letteralmente inventato il tenore come eroe romantico, ma qui, alle prese con il libretto che Felice Romani ha tratto dal Romeo e Giulietta di Shakespeare , fa un passo indietro e, per venire incontro ai gusti tradizionalisti del pubblico veneziano, calza per l'ultima volta i coturni dell'opera seria "vecchio stile" e affida il suo Romeo a un contralto travestito.
Ma la nobiltà delle linee di canto e delle fioriture vocali, nei protagonisti di quest'opera, si sposa a una freschezza e a una passionalità giovanile che è già perfettamente romantica. Nello stesso tempo, già si sente vibrare nei Capuleti l'irraggiungibile lirismo della Sonnambula che Bellini scriverà l'anno dopo: la struggente aria di Giulietta Oh! quante volte ha più di un punto di contatto con Ah, non credea mirarti .
Fin dalla prima scena sgorgano inesauribili quelle leggiadre melodie di cui Bellini possedeva il segreto più di qualsiasi altro operista. E la giovane compagnia di canto le asseconda con bravura, mostrando una padronanza del Belcanto non comune. Ottime, anche nella recitazione, le due protagoniste: il soprano Valentina Farcas è una Giulietta tenerissima e commovente, dalla voce molto bella, mentre il mezzosoprano Paola Gardina è un Romeo con l'audacia dell'adolescenza, a proprio agio nel canto d'agilità (avesse anche una voce più corposa, sarebbe perfetta). Il tenore Giacomo Patti , che ha una voce bella e ben timbrata, è un Tebaldo di tutto rispetto, che esce vincitore dalla temibile cabaletta L'amo tanto, e m'è sì cara .
Bravi i bassi Gabriele Spina e Roberto Tagliavini , rispettivamente nei panni di Lorenzo (che in origine era un tenore) e in quelli di Capellio. Bene, come sempre, il Coro dell'Aslico diretto da Alfonso Caiani . Il direttore d'orchestra francese Patrick Fournillier firma una lettura dei Capuleti forse un po' pesante nella Sinfonia ma, nel prosieguo, ariosa e giustamente attenta al respiro melodico e alla finezza di concertazione della partitura; e, soprattutto, guida al meglio, forte di una lunga consuetudine, l' Orchestra Giovanile Cherubini , una giovane compagine con sede a Piacenza che ha fatto nel più incoraggiante dei modi il suo debutto lirico nel teatro "di casa" (bello il colore degli archi, da applausi le sortite solistiche del primo corno e del primo clarinetto).
Ma l'elemento che più spicca in questo allestimento è (anche perché si tratta della sostanza immutabile di una produzione che ha visto cambiare, via via, direttori, orchestre e cantanti), è la messa in scena di Cristina Mazzavillani Muti , coadiuvata dallo scenografo Ezio Antonelli : ridotti al minimo gli arredi scenici "tradizionali", il corredo visivo è quasi interamente affidato a proiezioni che fanno scorrere su due piani di profondità giochi di luce e riproduzioni di dipinti del grande pittore Vittore Carpaccio "moltiplicati" e rielaborati elettronicamente in una scenografia "virtuale" in cui i cantanti sembrano muoversi come in un film di animazione. Il risultato è certamente inusuale ma, anche se il Kitsch sembra talora dietro l'angolo, convince e a tratti affascina.
L'unica iniziativa francamente discutibile è la decisione di accompagnare un cambio di scena a vista (nel funerale di Giulietta creduta morta) con una musica "altra": un canto liturgico bizantino, affidato a una voce femminile sorretta un bordone corale. Ha commentato in proposito la regista: «Sono certa che Bellini approverebbe; mio marito, non lo so». Ho girato la domanda al "marito" in questione, ovvero il sommo direttore d'orchestra Riccardo Muti , presente alla "prima" piacentina dopo essere tornato da una trionfale tournée in Giappone con la Filarmonica di Vienna. «Non è Bellini, certo, ma è una musica di grande fascino - mi ha risposto - Trovo che l'effetto sia molto suggestivo».
Resta il fatto che questa inserzione spezza - molto più di quanto avrebbero fatto un lungo silenzio, o una scena parlata - la continuità del discorso musicale, producendo lo stesso effetto straniante di uno spot pubblicitario che interrompe un grande film.
Ma la regia conosce anche colpi d'ala come quello che, nel primo atto, vede un'arpista sul palco, in cima a una scala, accompagnare la dolente aria di Giulietta, che, dopo avere cantato, si accascia mentre alle sue spalle, complice il computer, un romantico paesaggio bucolico si dissolve in una funerea pioggia di foglie cadenti.

Alfredo Tenni

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