Mercoledì 12 Ottobre 2005 - Libertà
Il dibattito: Piacenza più povera
Una proposta concreta per mutare rotta
Ho letto con attenzione gli interventi apparsi nei giorni scorsi su “Libertà” e su “Il Nuovo Giornale”. Emergono nuove povertà. E per questo da parte degli organismi locali è necessario fare di più. Per dare una risposta a questi bisogni di carattere sociale occorre, innanzitutto, la volontà e la capacità di saperli individuare, ascoltare, comprendere.
Significa acquisire la consapevolezza, umana prima ancora che politica, delle esigenze e delle necessità delle cosiddette fasce deboli, della loro composizione e della loro realtà, spesso sommersa ma non per questo meno viva o pressante. E in tal senso la Giunta-Reggi, come del resto molte altre amministrazioni locali, deve mutare rotta in fatto di bilanci. Occorrono interventi finanziari di carattere strutturale. Il sociale è una priorità a tutti gli effetti. Non basta qualche milione di euro.
Occorrono interventi più massicci. Si tratta - nella stesura dei bilanci - di effettuare scelte di fondo. Ripensare alla filosofia dei bilanci stessi. E in tal senso deve muoversi il Comune di Piacenza. Perché lo Stato delega agli enti locali che a loro volta hanno il dovere di rivalutare la distribuzione delle risorse. Tenendo conto - oggi più che mai - del peso che viene da avere il sociale. E ripensare ai bilanci in modo strutturale vuol dire, ad esempio, che non hanno alcun senso i milioni di euro di partecipazione ad Enja: servono solo a mantenere ben saldi i privilegi di pochi boiardi a livello locale. Sono uno sperpero. Uno spreco inaudito, che grida vendetta rispetto ad una città dove avanza la povertà delle famiglie.
Le più recenti indagini statistiche sul tema della povertà rappresentano, in tal senso, un monito da non trascurare: i dati del Rapporto Caritas per il primo semestre 2005 sono, a loro volta, uno specchio nel quale Piacenza e le Amministrazioni del territorio devono riflettersi con onestà, guardando alle politiche sociali del territorio e alle loro lacune, alle richieste non corrisposte, all'emarginazione prodotta dall'indifferenza.
Oltre 1000 persone, in questi primi mesi dell'anno, si sono rivolte al Centro d'Ascolto della Diocesi, più di 400 hanno usufruito della mensa, 531 hanno cercato capi presso il guardaroba, 976 tra uomini e donne hanno bussato a questa porta per potersi permettere una semplice doccia. I colloqui con gli assistenti sociali sfiorano il migliaio, le famiglie che hanno ricevuto assistenza sono poco meno di 300, e ben 193, straniere e italiane, quelle costrette a richiedere la borsa viveri.
E' dovere e priorità del Comune e più in generale del potere politico locale, delle forze dell'associazionismo e delle organizzazioni sindacali impegnarsi in questa direzione, ricordare che le cifre incarnano storie di persone, i nostri stessi concittadini, che non hanno mezzi né disponibilità sufficienti a provvedere, autonomamente, alla sussistenza propria e dei loro affetti più cari. Individui che sfiorano quotidianamente il nostro cammino e che non possono, con le loro prerogative e le loro necessità più urgenti, essere trascurati nella pianificazione dei servizi essenziali e nella programmazione futura del nostro territorio.
Il Comune e la Provincia devono farsi, in maniera efficace e tangibile, punto di riferimento e fulcro di interventi mirati a garantire la dignità e i diritti fondamentali della persona, attraverso una più equa distribuzione delle risorse umane e materiali, un più adeguato stanziamento di fondi e una corretta gestione degli strumenti politici e amministrativi riguardanti le politiche sociali. Perché il Comune di Piacenza non istituisce un Fondo Speciale per le emergenze sociali, pari almeno al 10 per cento della Spesa Corrente, per interventi immediati a sostegno delle famiglie in difficoltà, anche attraverso politiche di riduzione delle tasse e delle tariffe pubbliche, o di integrazione delle rette scolastiche o degli asili nido?
Se è vero inoltre che la cosiddetta “Legge Biagi” ha reso più flessibile il mercato del lavoro, non c'è stata però un'adeguata legislazione di revisione dei cosiddetti ammortizzatori sociali a favore della precarietà del lavoro. Ora, un sistema territoriale prevalentemente costituito da istituzioni pubbliche e da soggetti privati, dovrebbe farsi carico di politiche concertate di sviluppo economico ma anche di politiche di sostegno contro la precarietà del lavoro.
Aumentano, è un dato di fatto, le richieste di contributi per l'affitto, le domande di assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di aiuti per le famiglie più numerose o per i genitori che debbano affrontare le spese scolastiche dei figli. Cresce il numero di anziani cui la pensione minima non basta per mantenere un tenore di vita accettabile, di donne separate o divorziate cui non viene versato l'assegno di mantenimento dei figli. Salgono le cifre della disoccupazione, che spesso ha un volto femminile e giovane, minando così la fiducia e la progettualità per il futuro e la formazione di nuovi nuclei familiari.
Sono le "nuove povertà", di cui in maniera così incisiva e chiara ha parlato il direttore della Caritas diocesana don Giampiero Franceschini: non le troviamo ai margini della nostra società, ma nel suo cuore, tra le pieghe di quella che definiamo normalità.
In quest'ottica, un aspetto fondamentale per la gestione del problema concerne il coinvolgimento degli attori economici locali, prima tra i quali la Fondazione di Piacenza e Vigevano che, come recentemente annunciato dal presidente Marazzi, può assumere un ruolo portante e improrogabile per la tutela del benessere della comunità, privilegiando i progetti di solidarietà rispetto ai contributi per iniziative culturali, artistiche ed effimere che rientrano solo in secondo piano a fronte dell'emergenza sociale.
La politica - troppo spesso c'è chi lo dimentica - dev'essere prima di ogni altra cosa un servizio per il bene dell'intera collettività, non una ribalta o un palcoscenico sul quale si accendano continuamente i riflettori.
Progettare lo sviluppo del territorio significa, allora, partire dal basso. Senza perdere di vista gli obiettivi di crescita, avanzamento tecnologico e scientifico, ampliamento delle infrastrutture e dei servizi, ma nella consapevolezza che non vi sarà sviluppo se non saremo in grado, come amministratori che si sono assunti la responsabilità della comunità locale, di impegnarci sul fronte del disagio, della povertà, dell'emarginazione sociale. Nel rispetto delle persone e del loro imprescindibile diritto alla dignità.
Dario Squeri - Presidente del Cpe