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Giovedì 6 Ottobre 2005 - Libertà

Cecco Boni

Oggi in Fondazione si presenta un volume (edito da Tipleco) che ricorda l'attore piacentino scomparso sei anni fa
Cecco, “piasintein dal sass” con l'eterna voglia di ridere e un talento artistico innato

Piacenza non dimentica i suoi figli migliori. Li tiene nel cuore, a modo suo, con il carattere sobrio ed essenziale che contraddistingue ogni forma espressiva di questa nostra strana e stupenda città.
In vita, di certo, non li “coccola” come ragazzi viziati. E dopo la morte non li celebra con troppa enfasi o con pomposa retorica funeraria. Così è stato per Cecco Boni, un testimone (oggi si direbbe testimonial, ma a lui non piacerebbe) della più popolaresca piacentinità. Un uomo solare, prima che un attore di straordinario talento, mancato nel giugno di sei anni fa anni fa ed al quale, oggi, un gruppo di amici ha voluto dedicare un doveroso tributo.
«Una vita senza memoria non sarebbe
una vita» ammoniva Louis Bunuel. E il ricordo di Cecco è di certo una memoria che Piacenza deve custodire gelosamente. Anche attraverso questo volumetto, voluto da Franco Spezia e Stefano Quagliaroli, ed il cui titolo - “Cecco Boni- Poesie” - ci riporta a quei piccoli capolavori di gusto, arguzia, ironia (e soprattutto autoironia) che sono i componimenti in vernacolo dell'attore piacentino.
Li ha gelosamente conservati la moglie, la “siura Nita”, li ha catalogati Franco Spezia (con l'aiuto di Vittorio Anelli e del compianto don Luigi Bearesi), li ha pubblicati la Tipleco nel volume che viene presentato oggi pomeriggio (ore 17.30) all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano(in via Sant'Eufemia). Interverranno, assieme agli autori: Danilo Anelli (razdur della Famiglia Piasinteina), Luigi Paraboschi e Pino Spiaggi. Sarà anche proiettato, a cura del Cineclub Piacenza, un inedito filmato sull'attore.
«L'unico rammarico - ci ricorda giustamente Spezia nella prefazione - è che il “vero” libro su Cecco Boni non potrà mai essere scritto. Il tenore e la crudezza (per usare un eufemismo) delle sue battute, la sferzante ironia dei suoi lazzi, i soprannomi affibbiati ad amici e non, la ricerca della definizione tagliente, il gusto per il racconto, la sterminata anedottica tipica della “provincia” più autentica, l'atmosfera di migliaia di serate fumose, non sono riproducibili».
Ma perché Cecco Boni dovrebbe ancora interessare i suoi concittadini? «Per un motivo semplicissimo - spiega Stefano Quagliaroli - Cecco è stata l'incarnazione più coerente dell'anima della sua città. Era un goliarda di tradizioni antichissime, attore capace di più registri, gran chiacchierone ed intrattenitore, affabulatore senza pari».
L'arte poetica naïf di Boni, tra satira e commedia, è suddivisa nel libro in tre filoni: poesie generiche ( tra cui le mitiche “La Tävula Rutonda” e “Agenzia A”), poesie occasionali e poesie gastronomiche (con l'esilarante “La Grinèda”). A corredo della produzione lirica “boniana”, alcuni scritti di Spezia e Quagliaroli, Paolo Contini e Giancarlo Andreoli ed un modesto contributo del sottoscritto.
Saporiti amarcord che trasudano dell'umanità e del gusto della vita che caratterizzavano qualsiasi contatto con Cecco. «Provavamo a casa mia - ricorda Paolo Contini - ed ogni volta mettevo una bottiglia di vino bianco fresco in tavola, tanto per schiarire la voce. Una volta mio padre ci chiese quando sarebbero finite le prove e Cecco prontamente: “Quand finisa il butèli”. Ma alla prima recita fu subito chiaro che il signor Boni aveva una marcia più di tutti noi».
«Aveva un istinto attoriale, un senso del palcoscenico connaturato - spiega Gian Carlo Andreoli - dominava il palcoscenico come un pesce nell'acqua. Forse tutto ciò gli veniva dalla sua esperienza quotidiana nel negozio di piazza, a contatto con il pubblico, sempre. In piazza era come in palcoscenico: riconosciuto, riconoscibile».
«Era intelligente, non studiava la parte in senso stretto, ma ne coglieva bene lo spirito - prosegue Contini - lavorava piuttosto a comprendere il personaggio. Con noi giovani spesso si spazientiva, interveniva: “Va pian, gh'è la virgula, pausa!” Il suo “gh'è la virgula” divenne proverbiale. Mi piace ricordarlo, quando mi invitava:
“Paulei, andum a bev qualcos...”
“Ma, signor Boni, io non bevo...”
“Tot'la mia, bev me!”
L'affetto mi lega a lui - conclude Contini - perché sapeva trovare anche momenti di riflessione, parole paterne di consiglio, senza invadenza, quando passavo a trovarlo in negozio».
E' stato un privilegio, anche per chi scrive, conoscere un uomo di questo spessore umano. E come argutamente osserva l'amico Franco (Spezia), parafrasandolo, potremmo dire che, senza di lui, versiamo tutti in “un po' più gravi condizioni”. E salutarlo, infine, brerianamente: «Che ti sia lieve la terra, caro Cecco».

Giorgio Lambri

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