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Martedì 27 Settembre 2005 - Libertà

Affascinanti ipotesi nel bilancio della campagna di scavo a Travo dell'associazione La Minerva

Si cerca uno stile della Valtrebbia nelle ceramiche neolitiche

Travo - Bilancio dell'attività estiva all'associazione “La Minerva ” di Travo. Agosto è stato mese di fuoco. Infatti, è solitamente l'unico dell'anno in cui i volontari dell'associazione lavorano all'aperto. Sì, a torso nudo, sotto il sole, al cantiere di Sant'Andrea poco fuori del paese. Durante l'inverno, poi, si studia sui reperti e si traggono conclusioni. L'archeologia procede così.
Perché a Travo solo un mese di scavi, con le buone prospettive che si fanno avanti?
Ragioni economiche. Scarsi finanziamenti, sostenuti, con coraggio, solo dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano e dalla Sovrintendenza dell'Emilia Romagna. A dirla tutta, lasciate troppo sole innanzi alle pressanti necessità.
Ma che si scava, soprattutto che si trova, e s'è trovato, nel complesso archeologico di Sant'Andrea in Travo?
Se ne parla con l'archeologa dottoressa Maria Maffi, impegnata nell'attuale campagna di scavi.
Che cosa è stato scoperto, sino ad oggi, dottoressa?
«Reperti molto interessanti. Tanti che giustificherebbero la costituzione di un Parco archeologico, dove il visitatore potrebbe trovare, vicini, i resti delle antiche strutture e la loro ricostruzione. Se poi si tien conto del fatto che a Travo già esiste un Museo archeologico con sezioni preistoriche, protostoriche e romane, si forma chiara l'idea del valore della zona».
Ritrovamenti importanti, dunque?
«I siti archeologici in zona sono diversi. Uno dei più rilevanti riguarda il villaggio di Sant'Andrea, appunto. Dagli scavi è venuta alla luce, prima, una vastissima casa rettangolare, eccezionale nel panorama preistorico per dimensioni e regolarità. Ora ne sono emerse altre, anzi con queste ultime ricerche è apparsa la sesta.
Ripeto, un ritrovamento insolito che fa del sito uno dei più notevoli nell'Italia settentrionale».
Oltre alla funzione protettiva, quali altri scopi avevano queste capanne?
Forse ambienti di vita collettiva. Magari anche di gruppi impegnati in attività artigianali. Pensi che all'esterno delle case del villaggio sono venuti alla luce numerosi pozzetti di combustione, fosse quadrate da uno a due metri di lato, poco profonde, con le pareti arrossate dal fuoco. Quasi sicuramente forni, forni per ceramiche, come se ne trovano nella cultura Chassey».
Che cos'è la cultura Chassey?
«Una corrente culturale che si sviluppò nel corso del V e nella prima metà del IV millennio a. C in Europa occidentale, dal Portogallo alla Svizzera, che prende il nome di Chassey in Francia, Cortaillod in Svizzera, Lagozza o Chassey-Lagozza in Italia settentrionale. Il periodo fu caratterizzato, fra l'altro, da ceramiche monocrome brune, con piccole anse o prese forate e dalla diffusione di pesi da telaio o fusaiole. I ritrovamenti di Sant'Andrea rientrano quasi di certo in questo periodo».
Lei parla di millenni…
«La storia dell'uomo sulla terra è lunga…»
Perché insediamenti diffusi in Valtrebbia?
«Forse in Valtrebbia s'è cercato di più. Ma v'è anche un'altra ragione. Durante il neolitico recente - inizi del IV millennio a. C. - s'insediano in zona i primi gruppi d'agricoltori ed allevatori. Essi si stabiliscono sui bassi terrazzi fluviali del Trebbia, ove si stendono terreni leggeri e ben drenati, agevoli da coltivare anche con tecnologie primitive. Pensi che all'epoca ancora non si conosceva l'aratro. Essi restavano un po', sino a quando il terreno rendeva senza rotazione agraria, poi si spostavano di poco. Abbiamo reperti che testimoniano come già s'allevassero ovini, bovini e suini. Di certo si coltivavano cereali, come dimostrano le tante macine d'arenaria e le lame di falcetto in selce rinvenute nella zona».
Qualche tratto specifico del neolitico “trebbiense”?
«Occorre andare cauti in queste attribuzioni. Ciò che s'afferma oggi può essere smentito domani da nuovi ritrovamenti. Comunque, a fine settembre, il nostro gruppo di ricerca porterà ad un convegno, in Udine, l'ipotesi d'una tipologia di ceramica specifica di questa zona. Ripeto, un'ipotesi di manifattura locale riferita a forme e decorazioni di vasi. Spesso, si tratta di fitte incisioni».
Chi ha lavorato in questo agosto agli scavi?
«Una quindicina di studenti d'archeologia, italiani e francesi, guidati dal prof. Alain Beeching dell'Università di Lione e dalla dott.ssa Maria Bernabò Brea della Sovrintendenza. Come noterà, tutti specialisti poiché lo scavo si rivela complesso».
Prospettive immediate di sintesi?
«Ho già accennato al convegno di Udine. In più, abbiamo in elaborazione tre tesi di laurea sugli scavi di Travo. Una prima, della bresciana Chiara Panelli, sulle tipologie di ceramiche rinvenute nelle prime tre annate di ricerche. La seconda, di Maurizio Libelli, piacentino, su di uno studio informatizzato per le prime tre campagne di scavi. Una terza, infine, su aree campioni di siti per compararne le strutture».

LUIGI GALLI

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