Venerdì 16 Settembre 2005 - Libertà
A palazzo Farnese un convegno sui sistemi museali italiani
A palazzo Farnese un convegno sui sistemi museali italiani per celebrare il decennale dell'associazione Piacenza Musei
«Musei verso il baratro»
La voce appassionata dello storico Paolucci
“Agghiacciante” e “abbastanza sinistra” per Antonio Paolucci la direzione verso la quale stanno andando oggi i musei, come prefigurato ieri a Palazzo Farnese durante il convegno per il decennale dell'Associazione Piacenza Musei. La voce di Paolucci, storico dell'arte, soprintendente per il polo museale fiorentino e direttore generale per i beni culturali della Toscana, è emersa lucida ed appassionata nel denunciare i mali di un sistema oggi troppo afflitto da spirito di emulazione verso i paesi stranieri («ma in Italia non esiste un grande capitalismo privato come in America») e dimentico del fondamentale «concetto di tutela onnicomprensiva inventato da noi italiani».
Professor Paolucci, in questo modello del museo come azienda, da più parti sostenuto, quale ruolo ci potrà essere per lo studio e per la ricerca che sono prioritari per la vita di queste istituzioni culturali? E poi, è un modello così inarrestabile?
«Io non voglio il museo-azienda. Lo contrasterò fin che mi sarà possibile, perché è una cosa contro natura. Il museo è il luogo della conservazione, dello studio, della ricerca. Serve a rendere più civile la gente, non serve a far quattrini e non è un'azienda. Le aziende sono altre cose e spero che questo sia condiviso non solo da me».
La giustificazione portata dai sostenitori di questo modello sta nella difficoltà di reperimento delle risorse.
«Ci sono spese fisse fondamentali: la scuola, la sanità e i beni culturali, che costeranno sempre e saranno sempre in perdita. Il giorno in cui il comparto sanità sarà in pareggio vorrà dire che con i malati poveri ci faranno le scatolette per i gatti. Devono essere in perdita, per forza, perché la cultura costa. Si guadagna su altre cose».
Un altro controsenso nell'attuale panorama culturale è che non si trovano finanziamenti per i musei, ma si riescono a reperire per allestire le mostre-spettacolo, le mostre-evento..
«Però le mostre-evento, le mostre-spettacolo - lo so bene perché ne faccio parecchie - sono finanziate da sponsor, perché non c'è assessorato, non c'è fondazione bancaria che non voglia puntare qualche chance sulla mostra di successo. Mentre investire denari per ristrutturazioni, ecc. non dà visibilità, la mostra, se tira, dà subito un ritorno pubblicitario positivo».
Ma non è un modo per mettere ancora più a repentaglio le istituzioni serie, perché poi le risorse sono comunque limitate? Non è una tendenza allora da non favorire?
«Andiamo verso una filosofia del mondo che punta tutto sulla spettacolarizzazione, sull'iperconsumismo, l'iperliberismo. Sono derive pericolosissime nel settore della cultura, della scuola, dei musei, ecc».
C'è un museo esemplare che si può citare, Piacenza e la Toscana escluse?
«Il museo che amo di più in assoluto è un piccolo museo, di un piccolo paese dell'Umbria, Montefalco. E' dedicato a Benozzo Gozzoli e collocato in un'ex-chiesa sconsacrata, la chiesa di San Francesco, tutta affrescata da Benozzo Gozzoli. Dentro ci sono opere d'arte di quel pittore e di altri. E' un museo comunale, gestito da una cooperativa di giovani molto bravi che (e questo si può fare in modo intelligente, non l'aziendalizzazione brutale che qualcuno pensa), siccome Montefalco è un paese meraviglioso, di fronte ad Assisi, in mezzo ad una campagna bellissima, con vini buonissimi e una gastronomia famosa, hanno saputo raccogliere intorno al museo e al centro storico anche tutte queste cose, perché sono cultura anche il vino, la gastronomia, i prodotti tipici, ecc. E quindi hanno fatto del museo il “motore”, la punta di lancia di una microeconomia, poiché il paese ha 700 abitanti, non di più, però ha 40mila visitatori l'anno, una cifra enorme».
Il nuovo Codice dei beni culturali: una novità positiva che ha introdotto?
«La cosa positiva del Codice Urbani è aver messo in epigrafe: Codice dei beni culturali e del paesaggio, perché il bene culturale in assoluto più importante del nostro paese e quello in assoluto più maltrattato è stato il paesaggio.Quindi che almeno si sia messo in epigrafe a una legge della Repubblica il fatto che hanno pari dignità i quadri, le sculture, l'archeologia, i libri, gli archivi e gli alberi, gli ulivi, il paesaggio in genere, è importante».
E una questione spinosa, un nodo lasciato irrisolto?
«Il punto debole è quello che coinvolge la necessaria, perché c'è stata la riforma del titolo V della Costituzione, collaborazione con le Regioni, con gli enti locali. Il Codice parla di collaborazione leale, però l'Italia è lunga e diseguale. Ci sono molte Italie. Un conto è lavorare in Emilia Romagna, un conto lavorare con i sindaci e gli assessori della Calabria».
Anna Anselmi