Fondazione di Piacenza e Vigevano Stampa
  Rassegna Stampa
spazio
  Comunicati Stampa
spazio
  Eventi Auditorium Piacenza
spazio
  Eventi Auditorium Vigevano
spazio
  Comunicazione
spazio

 
Home Page     Rassegna Stampa   


Lunedì 12 Settembre 2005 - Libertà

Ripetuti attacchi su via S. Eufemia per lo stile gestionale del presidente

Le polemiche
Quel decisionismo tanto criticato

Quattrodici anni di regno ininterrotto alla guida della Fondazione di Piacenza e Vigevano, ma prima ancora, dall'81, la presidenza della Cassa di Risparmio di Piacenza da cui ha diretto la fusione con la Cassa di Vigevano e poi quella con la Cassa di Parma nel '93. Passaggi cruciali nella vita economico-istituzionale della nostra provincia che Gian Carlo Mazzocchi ha vissuto da protagonista. Un ruolo di primo piano che tra i tanti riconoscimenti non gli ha risparmiato feroci critiche.
La fusione con Parma Molto contrastato il matrimonio della Cassa di Risparmio di Piacenza con quella di Parma. Per Mazzocchi era un passo ineludibile in un mondo del credito che andava sempre più concentrandosi. Chi invece avversava l'operazione ravvisava il rischio di un'annessione a Parma della banca piacentina, senza garanzie di parità di trattamento e con la prospettiva di perdere un importante centro direzionale.
La vendita delle azioni L'attacco più virulento Mazzocchi lo subì nell'autunno del '98, quando nel mirino finì la vendita delle azioni (il 21%) detenute dalla Fondazione nella Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza. L'accusa fu di una cattiva condotta dell'operazione tale da far fruttare la dismissione molto meno di quanto si sarebbe potuto. In particolare si addebita a Mazzocchi di non aver voluto vendere in sinergia con la Fondazione della Cassa di Risparmio di Parma (che in portafoglio aveva il 51% dell'istituto di credito) e di aver condotto segretamente trattative per l'alineazione delle azioni prima con il Credito agrario bresciano (Cab), poi con Banca Intesa che nel frattempo si era fatta avanti per acquisire il controllo della banca ducale.
Il balletto di cifre fu frenetico. A conti fatti, a Mazzocchi venne rinfacciato di aver spuntato sui 125 milioni di euro in meno (375 anziché 500) di quanto sarebbe stato possibile con un'azione concertata con Parma. Una tesi che portò un vastissimo fronte politico-istituzionale, dagli enti locali (la Provincia di Dario Squeri in particolare) alle categorie economiche (gli industriali in primis, ma con dietro quasi tutto il mondo agricolo e produttivo), a chiedere le dimissioni del presidente della Fondazione
e di tutto il cda.
La polemica proseguì per buona parte del '99, ma alla fine Mazzocchi riuscì, con il suo abituale stile felpato, a restare in sella. Ai detrattori rispose senza clamori mediatici, difendendo il suo operato nelle sedi istituzionali dove fu chiamato a farlo. Cifre e norme alla mano sostenne strenuamente che le scelte da lui prese erano le migliori possibili. E il sensibile calo dei corsi azionari che le azioni di Banca Intesa conobbero nei mesi successivi rifornirono di ulteriori frecce il suo arco. Alla fine il polverone si sgonfiò e, dietro la promessa di una revisione statutaria dell'ente, il presidente riprese la normale navigazione al timone di via Sant'Eufemia.
La lettera a Ciampi Il rapporto tra Fondazione e istituzioni conobbe un'altra fase di tensione nella primavera del '99 quando il sindaco Gian Guido Guidotti e i presidenti di Provincia (Squeri) e Camera di Commercio (Luigi Gatti) scrissero all'allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi per chiedergli un'azione di sprone per il reintegro del plenum nel cda di via Sant'Eufemia.
Le dimissioni di Gotti Tedeschi Qualche mese più avanti è Ettore Gotti Tedeschi ad aprire il fuoco contro Mazzocchi. Consigliere della Fondazione
su nomina del Comune, Gotti esprime il suo profondo disagio per i metodi gestionali del presidente. Sotto accusa il suo stile decisionista e la scarsa trasparenza nelle scelte. Il dissidio non si compone, Gotti “sfiducia” Mazzocchi e nell'estate del '99 rassegna le dimissioni.
L'uscita di scena Nel novembre del 2000 Mazzocchi viene rieletto al vertice della Fondazione. Mandato che scade quattro anni più tardi. E lo scorso novembre si apre un lungo tira e molla per il rinnovo che vede la partenza lunga della candidatura dell'ad di Cementirossi Giacomo Marazzi, promossa dal mondo industriale e con forti appoggi nella Camera di Commercio. Gli enti locali, amministrati dal centrosinistra, la giudicano una proposta di rottura, cercano un'alternativa, ma la girandola di nomi non porta da nessuna parte. Alla fine si orientano sul sostegno a Mazzocchi che l'idea di una riconferma la accarezza. Il 20 marzo si va all'elezione: alla conta dei voti nel consiglio di via Sant'Eufemia, Marazzi supera il rivale di largo margine. Diventa presidente della Fondazione. Si chiude l'era Mazzocchi.

gu.ro.

Torna all'elenco | Versione stampabile

spazio
spazio spazio spazio
spazio spazio spazio