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Lunedì 12 Settembre 2005 - Libertà

«Ma il mio vero mestiere è insegnare»

Così Mazzocchi si raccontò a “Libertà”

Cinque anni fa, il 26 novembre del 2000, uscì su LIbertà una lunga “intervista della domenica” nella quale Gian Carlo Mazzocchi accettò - una vera e propria rarità - di raccontarsi ai nostri lettori. Ecco qui di seguito alcuni dei passaggi più interessanti.

Professore, qual è oggi il suo legame con Piacenza?

«Conosco molto bene l'autostrada tra Piacenza e Milano, e la Fondazione
, dove lavoro duramente quasi tutti i giorni. Mi riservo solo il venerdì e il sabato per l'Università e il martedì pomeriggio per ricevere gli studenti a Milano. Piacenza? E' un posto in cui si vive bene, lo ripetono le varie statistiche. La città è ricca, risparmiosa, lavorano quasi tutti. I soldi ci sono e si vede anche dai depositi bancari. E c'è la fortuna di avere un'agricoltura efficiente, seppure l'agrindustria è moscia, tipico è l'esempio dei caseifici: a Parma ce n'è uno solo fortissimo, a Piacenza tanti e divisi, non capisco perché non tentino di unirsi».
Lei è di origini piacentine, ha dei ricordi legati alla nostra città?
«Sono nato a Piacenza nel '27, l'anno della grande inondazione del Po, e mi portarono subito in via San Donnino dove c'era un casone allora, oggi c'è la galleria. Poi ci siamo trasferiti in via Roma. A Piacenza sono rimasto fino a 19 anni. Ho frequentato il collegio Alberoni, quindi a Milano ho cominciato l'università. Ricordo però gli amici di un tempo, come il fiorista Pippo Boni, di via Legnano. E ricordo gli anni dell'università, quando mi alzavo alle 4 per andare a lezione. In seguito sono rimasto fuori Piacenza. C'è stata l'esperienza di Harvard, gli impegni accademici, un libro da scrivere per il concorso, l'inizio dell'insegnamento con Scienza delle Finanze».
Le piace insegnare?
«E' il mio mestiere vero, come dice mia moglie. Mi piace quando hai davanti una classe che ti segue e cerca di capire com'è la vita economica reale. E ti chiedono le tesi. In vent'anni avrò fatto venti professori ordinari, molti oggi sono in Cattolica, molti hanno posti di prestigio nazionale. E' venuta fuori gente di grande valore. Sono soddisfazioni. Ma l'università è così cambiata rispetto ad un tempo, è ormai una grande fabbrica di esami».
Sua moglie è piacentina? «No, mia moglie è piemontese, di Asti. Si chiama Mariangela, ma l'ho ribattezzata Marilù. Ci siamo conosciuti in Cattolica quando era studentessa e lavoratrice».
Hobby ne ha, professore?
«Quello di dormire la domenica».
E la famiglia?
«Ci vediamo in genere al fine settimana. Ho quattro figli, Matteo che però è a Londra, dove lavora in una banca tedesca e sta facendo carriera, Giovanna è a Milano in Cattolica, Federica è ricercatrice a Torino in Storia del Teatro, mia moglie insegna alla Statale di Milano dove è ordinaria di Storia del Teatro. A volte l'accompagno agli spettacoli. L'ultimo visto insieme? Una tragedia messa in scena da De Capitani».
Rispetto ai progetti fin qui portati avanti dalla Fondazione
di cosa è particolarmente fiero?

«Sono fiero del Politecnico, come ho già detto in altre occasioni e del centro di studi Cratos di Domenico Ferrari. Li abbiamo mandati avanti, peraltro, senza troppa fatica».
A lei personalmente cosa piacerebbe veder realizzato per Piacenza?
«Una ristrutturazione del collegio San Vincenzo, che appartiene al Comune e il centro di alti studi religiosi di cui già ci occupiamo, che credo possa avere una buona ricaduta sulla città. E ho molte speranze per la sistemazione della cittadella della cultura: con il teatro restaurato della Filodrammatica, la Galleria Ricci Oddi che riaprirà, il Conservatorio Nicolini, tutti così vicini».

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